SUBCULTURE FANZINE – THOMAS BERRA . INTERVISTA DI DARIO GIOVANNI ALÌ

Subculture Fanzine è un progetto editoriale indipendente nato nel 2012 da un’idea di Thomas Berra, il cui scopo è la creazione e diffusione di materiale artistico attraverso un medium semplice e diretto come quello della fanzine. A ogni artista coinvolto viene spedito un kit con un quaderno di fogli bianchi A4, alcune penne e delle matite, per realizzare una fanzine che, una volta portata a termine, viene rispedita al mittente, andando così a costituire un ulteriore tassello per questa collezione di piccoli e inediti libri d’artista. Sabato 6 febbraio il progetto sarà presentato a Edicola Radetzky, con un allestimento della collezione pensato ad hoc.

Di seguito l’intervista a Thomas Berra.

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Dario Giovanni Alì: Ciao Thomas. Vorrei partire insieme a te dal principio. Come nasce il tuo progetto e come si è sviluppato nel corso di questi 3 anni?

Thomas Berra: Il progetto nasce dall’esigenza personale di formare un archivio di immagini, una raccolta di espressioni artistiche di un determinato periodo storico, una sorta di carotaggio culturale nell’area di Milano. Nasce anche un po’ per gioco, le prime fanzine che distribuivo erano infatti dei pretesti per approfondire o stringere legami con gli artisti e il loro lavoro. Così ho iniziato a dispensarle, arrivando a cento, un numero perfetto per chiudere un capitolo. Nell’arco di questi tre anni, quasi tutte le fanzine sono tornate indietro, e adesso il progetto ha richiesto una presentazione formale, che avverrà appunto sabato 6 febbraio presso Edicola Radetzky.

 

 

D. G. A.: In 3 anni hai creato un archivio piuttosto cospicuo di opere uniche che da poco hai cominciato a far stampare in edizioni limitate, condividendo in questo modo, con un pubblico, la tua collezione. Come gestisci la distribuzione di queste pubblicazioni?

T. B.: L’idea di condivisione è l’aspetto che più mi affascina. Dopo la presentazione a Edicola Radetzky, seguiranno degli interventi diluiti nell’arco di un anno e volti alla distribuzione delle fanzine. Contemporaneamente saranno raccolte e stampate in un unico libro che documenterà l’intero progetto. Questa pubblicazione sarà a edizione limitata, per consentire di curare al meglio l’aspetto grafico ed estetico. Le fanzine saranno inoltre rese disponibili open source sul sito e all’interno di diverse piattaforme online. Insomma, si tratta di una distribuzione differenziata che vuole espandersi non soltanto per un pubblico limitato. Ogni fanzine è un mondo a sé, un personale romanzo a immagine degli artisti e creativi che hanno collaborato al progetto, accettando di condividerlo con un pubblico.

 

 

D. G. A.: Parlando ancora di pubblico ritengo che la tua operazione, che a una lettura di superficie potrebbe apparire come una scelta anacronistica rispetto all’agire di una progressiva dematerializzazione del mondo digitale, trovi in realtà riscontro in un rinnovato interesse per il cartaceo, che negli ultimi anni ha coinvolto particolarmente la scena musicale. Penso soprattutto ai numerosi casi di fanzine provenienti dalla club culture, come l’inglese TC Mag prodotta dall’etichetta Trax Couture. In ambito musicale, prodotti simili sono funzionali a irrobustire i confini – minacciati dalla digitalizzazione del sapere e dalla confluenza delle culture underground col tritacarne mainstream – di una determinata comunità (o sottocultura). In altre parole, una fanzine cartacea si configura come un prodotto rappresentativo e di non facile consumo – perché a propagazione limitata – della specifica comunità che rappresenta.

T. B.: Il mezzo è affascinante perché porta con sé molteplici significati. L’origine delle pubblicazioni amatoriali è oscura, se ne può tuttavia trovare traccia nei gruppi letterari statunitensi del XIX secolo. È però con il movimento punk che la fanzine assume un suo status di vera e propria stampa indipendente in forma amatoriale. Il mio progetto vuole raggruppare, non in maniera definitiva o totalizzante, la comunità artistica di Milano, e più in generale quella italiana, vuole essere una riflessione su un periodo e sulle modalità di realizzazione di un’opera d’arte. Tanti sono gli artisti che si sono rifiutati di partecipare al progetto, chi per manie di grandezza e chi perché, più sinceramente, non trovava adeguato il mezzo della fanzine come promozione o diffusione del proprio lavoro. Sono affascinato da questo medium un po’ “antiquato” perché è un oggetto carico di significato e resistenza.

 

 

D. G. A.: Riallacciandomi, a questo punto, al titolo del progetto, mi viene spontaneo pensare che per te abbia ancora senso, oggi, parlare di sottoculture in ambito artistico. Una sottocultura, per definizione, si contrappone, attraverso un suo preciso sistema di valori, a una cultura dominante. Prima hai parlato di «resistenza». A chi o a cosa resiste il tuo progetto, e quali elementi ne fanno il prodotto di una sottocultura?

T. B.: Ogni sottocultura è espressione di particolari conoscenze, pratiche o preferenze e a volte è definita nell’ambito di una classe sociale, una minoranza o un’organizzazione. Le sottoculture sono spesso definite in contrapposizione ai valori delle culture più grandi in cui sono come immerse, e all’interno del contesto in cui viviamo Subculture Fanzine resiste all’individualismo. È un progetto collettivo che porta avanti il lavoro e il pensiero di un gran numero di persone, tutte unite dall’interesse di chi fa o pensa l’arte.

 

 

D. G. A.: Vorrei affrontare insieme a te un ultimo aspetto che mi ha incuriosito. Oltre alla partecipazione di numerosi artisti, il tuo progetto ha visto il coinvolgimento di alcuni pazienti di un centro specializzato nel trattamento di patologie borderline. Anche in questo caso hai reiterato il solito schema, con l’invio del kit di produzione e la riconsegna finale delle fanzine realizzate. Analizzando adesso questa tua iniziativa, che si riallaccia inevitabilmente alla tradizione dell’Art Brut, come consideri i lavori di questi pazienti? Ritieni che possano avere una formalizzazione per certi versi accostabile – per consonanza o contrasto – a quelle più dichiaratamente artistiche? E se sì, per quali ragioni?

T. B.: Due anni fa sono stato invitato con altri artisti a sviluppare un laboratorio presso la comunità Il Volo. Ci chiesero di elaborare un progetto con i ragazzi e mi sentii di proporre loro di realizzare una fanzine. Il risultato fu profondo e inaspettato, quasi tutti i ragazzi che parteciparono usarono quel supporto come un diario personale, carico di tutta la fragilità che li distingueva. A differenza di quelle fatte dagli artisti, queste fanzine vivono di una forza diversa. Ho deciso pertanto di non inserirle all’interno del progetto, perché sono troppo personali e rischierebbero di essere fraintese.

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