COLORA (L. COMMISSO, R. BURGATO) . STUDIO VISIT . INTERVISTA DI DARIO GIOVANNI ALÌ

CERCHIO magazine ha deciso di intervistare COLORA, il duo performativo nato dalla collaborazione tra i due artisti Lorenzo Commisso e Rachele Burgato.

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COLORA – Lorenzo Commisso e Rachele Burgato

Dario Giovanni Alì: Ciao Lorenzo, ciao Rachele. Ci conosciamo da poco, e per questo motivo comincerei la nostra intervista con una domanda di rito, chiedendovi una breve presentazione. Come e in che occasione nasce il duo COLORA?

COLORA (L. Commisso, R. Burgato): Nasce a Passariano di Villa Manin (UD) nel 2012, per poi consolidarsi nel 2013, all’interno della Residenza Bevilacqua La Masa a Venezia, dove abbiamo avuto la possibilità di concentrarci di più sull’aspetto teorico della nostra ricerca. Fondamentale in questo senso è stata anche la frequentazione dei corsi e dei laboratori IUAV, dove ci siamo laureati nel 2015. Nello specifico, il corso di Cinema e Arti Visive del prof. Antonio Costa ci ha fatto approfondire l’origine del cinema sperimentale, soprattutto nella figura di Meliés. Per questi aspetti sono stati importati anche i workshop tenuti da Philippe Alain Michaud sul film e il montaggio che ci hanno portato a riflettere sulle connessioni tra il film e il cucito, una pratica a cui ci rifacciamo nel nostro progetto. Abbiamo scoperto per esempio che Frankenstein è il personaggio che meglio identifica la metafora del montaggio filmico, essendo un personaggio composto da più parti cucite, che hanno preso vita grazie all’energia di un fulmine, quindi grazie alla luce che genera il film.

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COLORA – frame da video

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COLORA – frame da video

D. G. A.: Il vostro progetto audiovisivo comprende gif, videoclip e sessioni musicali live, sconfinando inoltre in una dimensione fisica e oggettuale, data dalle vostre stampe e dipinti, e da piccole sculture che simulano le produzioni in serie. Minimo comune denominatore di queste differenti pratiche artistiche è l’immaginario intensamente onirico che le contraddistingue e che sembra fuoriuscire dal mondo dell’infanzia e del gioco. Quali sono le opere, i brani o le letture che hanno contribuito a costruire il vostro ricco immaginario e in che misura il gioco, la combinazione casuale e l’estetica del nonsense influiscono sul vostro lavoro?

C.: Sicuramente la base di partenza per le nostre riflessioni è stata la lettura di Mimesi come far finta di K. Walton, soprattutto per quanto riguarda la questione del gioco inteso come creatore di mondi fittizi. Poter giocare a golf con una mazza da baseball, come si vede fare per esempio all’interno di un nostro video, è possibile grazie a quelle regole del gioco che hanno la capacità di tramutare idealmente un oggetto – e i modi in cui comunemente è utilizzato – in qualcos’altro. Per la questione del non senso, invece, è stato importante Teoria Estetica di T. Adorno che, per essere precisi, non è tanto legato al non senso, quanto alla presenza di un concetto che contemporaneamente porta alla luce anche il suo contrario, in un dualismo schizofrenico, bipolare e negativo – nel senso adorniano, appunto. Tra gli artisti che ci hanno ispirato non possiamo non citare A. Warhol, in particolare la sua opera Do it yourself, che ha influenzato il concetto che sta alla base del nome COLORA; o ancora R. Magritte, che riesce a contenere un atteggiamento surrealista ma anche di pura analisi linguistica; fino ad arrivare agli studi di J. Cage sul caso, che ci hanno aiutato per quanto riguarda gli aspetti rumoristici e più legati al suono. La mostra When Attitudes Become Form curata da G. Celant ha invece rafforzato la nostra idea di copia, originale e replica. Il fatto che «non si può essere esperti di ciò che è sconosciuto» (J. Cage) ci porta a creare combinatorie insolite e molto stratificate.

D. G. A.: Definirei le vostre sculture come dei “falsi ready made”, perché simulano mimeticamente la fisionomia dei prodotti industriali, pur essendo però pezzi unici realizzati artigianalmente. Allo stesso modo, nei vostri live, gli elementi sonori registrati preventivamente vengono riprodotti in forma digitale come suoni concepiti in serie. Entro quali confini si muove il vostro gioco nella storica questione della perdita dell’aura nell’opera d’arte?

C.: La nostra idea di partenza è sempre un ragionamento sulla copia e sul doppio, legato alle questioni che stanno in bilico tra l’oggetto originale e le sue riproduzioni, per comprendere i limiti della creazione artistica in rapporto anche al design, per esempio. Che cosa cambia in una paperella in gomma, che abitualmente riconosciamo come prodotto industriale fatto in serie, se viene riprodotta in stoffa a mano come pezzo unico? Trovare delle risposte a queste domande è proprio alla base del nostro progetto, sospeso sul confine labile che interseca le varie discipline. Per questo ci interessa molto anche il particolare modo in cui usiamo l’aspetto performativo, che intendiamo come un ibrido tra mondo musicale e artistico. La riproducibilità che si vede nei video è contrastata dall’unicità della presenza performativa, capace di ridare un solido concetto di irripetibilità all’azione. Anche se attraverso un processo semplice, il nostro è proprio un tentativo di portare a riflettere sui simulacri e il loro valore auratico.

COLORA1 - The Zebra Crossing - Live performance -  ph. Caterina Rossato

COLORA – The Zebra Crossing – Live performance – ph. Caterina Rossato

D. G. A.: Vorrei analizzare insieme a voi The zebra crossing, azione performativa durante la quale selezionate alcuni frame audiovisivi, registrati precedentemente, per realizzare una sorta di videoclip in tempo reale, in cui immagini e suoni sono assemblati come in un collage. Nei vari live della performance, non rispettate mai uno schema fisso, che cambia invece di volta in volta aprendosi un po’ al caso, pur scaturendo da uno storyboard. In questo modo, l’azione si lega inevitabilmente al contesto, al “qui e ora”. Vorrei che mi parlaste di più del metodo tramite cui realizzate questa narrazione, che sembra quasi regolata sui meccanismi del sogno, della suggestione onirica.

C.: La nostra performance si basa sul tentativo di creare musica attraverso le immagini. I video influenzano l’andamento delle tracce audio, creando quindi un’alternanza di rapporto causa-effetto tra il visivo e il sonoro, ma anche il suo contrario. Lo spettatore viene così coinvolto attivamente nel cercare di comprendere qual è la regola che struttura l’intero live o il meccanismo che riesce a generarlo. Il montaggio è molto serrato, composto di brevi clip video che si intervallano velocemente, e che fanno riferimento ai meccanismi che regolano i sogni, costituiti da continui impulsi visivi discontinui e spesso apparentemente incoerenti.

D. G. A.: Un’ultima domanda, anche questa di rito. Quale nuovo progetto state realizzando, o vorreste realizzare?

C.: Attualmente stiamo lavorando all’uscita di Music for Chameleon, un disco insolito che vuole riflettere sulla variabilità del colore dei camaleonti, e che per questo è caratterizzato da sonorità mutanti e parecchio sperimentali. Un disco per gli appassionati dell’ascolto contemplativo. Uscirà in edizione limitata con un intervento grafico realizzato a mano in ogni singola copia.

 

Di seguito, in esclusiva per CERCHIO magazine, Super Mario Display, l’ultimo videoclip di COLORA realizzato a partire da un brano solitamente eseguito durante le performance live.

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