SCENARIO LANDINA #2 . KAUFMANN . PORTATADINO . SALVETTI . DI DARIO GIOVANNI ALÌ

Domenica 27 settembre 2015, a Omegna, sarà possibile assistere alla mostra di fine residenza della VI edizione di C.A.R.S. e all’opening di un progetto che quest’anno giunge alla sua terza edizione: si tratta di LANDINA, un laboratorio di pittura en plein air nato nel 2013 e a cura di Lorenza Boisi. Coinvolgendo ogni anno diversi pittori, LANDINA offre ai suoi partecipanti l’opportunità di lavorare a stretto contatto con il paesaggio e di intessere una serie di relazioni e scambi tra artisti. Il progetto, quest’anno, ha visto la partecipazione di sette protagonisti, intervistati da CERCHIO magazine. Di seguito la seconda e ultima parte, con l’intervista ai tre pittori Massimo Kaufmann, Vera Portatadino e Marco Salvetti

(Parte #1: https://cerchiomagazine.wordpress.com)

Massimo Kaufmann

Massimo Kaufmann

Dario Giovanni Alì – 1: Quella di Landina è un’esperienza che immette in una condizione, per certi versi, comunitaria. Vivendo a distanza dal caotico contesto urbano, isolati a stretto contatto con la natura, lo scambio di linguaggi, punti di vista e memorie tra i partecipanti è inevitabilmente incoraggiato, facilitando così la costituzione di una provvisoria micro-­‐comunità di artisti. Uno dei propositi con cui si presenta Landina è appunto quello di instaurare una rete di contatti e relazioni tra artisti legati dal medium della pittura. Immagino che, durante la vostra breve permanenza, questa condizione di scambio di linguaggi e stili diversi abbia avuto delle conseguenze, seppur minime, nella fase processuale del vostro lavoro. Come e in che misura la condivisione e lo stare insieme hanno influito sullo sviluppo di questa esperienza?

Massimo Kaufmann: Non saprei, è meglio che siano “gli altri” a giudicare, a cercare o trovare queste relazioni. Del resto sarebbero meno importanti delle differenze, a ben guardare. Non credo che lo scambio o la vicinanza produca necessariamente o automaticamente delle conseguenze. Piuttosto è sempre interessante per me conoscere artisti, in questo caso molto più giovani di me, perché si scoprono dei riti di passaggio, delle manie, delle angosce e delle stramberie che sono sempre le stesse. Questo mi fa pensare che in fondo condividiamo qualcosa di importante che ci rende tutti abbastanza simili; è rassicurante sapere che siamo tutti ‘colleghi’.

Vera Portatadino: Uno dei meriti più grandi di Lorenza è stato a mio avviso quello di riuscire a trasformare una condizione di disagio (quella del pittore in Italia) in una potenzialità. Con Landina e così con altri progetti di simile approccio, pian piano ha preso vita una comunità di pittori che ha iniziato a mettere in gioco un reciproco scambio. Come molti altri, probabilmente, io lavoro per lo più da sola nel mio studio o nel mio giardino, con poche occasioni di confronto e feedback. Così, trascorrere alcune giornate in compagnia dei colleghi mi ha dato la possibilità di mettere a tema interessi e problematicità legate al mio lavoro, e mi ha regalato il piacere di sentirmi accompagnata nella mia avventura pittorica. Lorenza ha generato amicizia e spesso anche alleanza, non mi sembra una cosa da poco.

Marco Salvetti: È stata la mia prima esperienza di pittura all’aperto, anche se in questi anni ho praticato spesso il disegno dal vero, e la mia prima esperienza di lavoro assieme ad altri colleghi pittori.
Il giorno del mio arrivo, dopo un lungo viaggio in auto dalla Toscana, ero molto curioso di fare la conoscenza degli altri partecipanti e di vederli all’opera. Nel tardo pomeriggio io, Sebastiano e Massimo ci siamo recati in maniera “informale” sulle sponde del Lago di Mergozzo, dove abbiamo rotto il ghiaccio e ci siamo adoperati in qualche veloce disegno dal vero.
A quell’ora i turisti, che si godevano il fresco della passeggiata sul lago, hanno iniziato a sostare alle nostre spalle, a osservarci (eravamo un trio piuttosto fuori contesto) e a valutare le opere, come spesso accade per quegli artisti di strada che si cimentano in ritratti e altri virtuosismi vari. Credo sia stato un “battesimo” molto simpatico, una maniera umile di uscire dalle certezze e dalle abitudini dello studio, dall’aria spesso sovraccarica di serietà che si respira nei contesti ufficiali. Complessivamente i tre giorni sono volati via e forse non sono bastati per poter parlare di una reciproca influenza tra un artista e l’altro.
Di sicuro quello che mi ha colpito sono state la naturalezza e la serenità con la quale ognuno di noi si è gettato nell’impresa, nonostante il sole a picco, i cavalletti in spalla e le sporte sovraccariche di materiali.

Vera Portatadino, Untitled Hyena, 2015, olio su tela, 120x120 cm.

Vera Portatadino, Untitled Hyena, 2015, olio su tela, 120×120 cm.

D. G. A. – 2: Oltre che con le persone, Landina instaura una relazione fisica con la realtà. Un suo aspetto costitutivo e consapevolmente anacronistico è infatti la pittura en plein air. Con gli strumenti oggi a nostra disposizione, quelle di dipingere “dal vero” e all’aperto sono pratiche indubbiamente desuete, anche se consentono di fare esperienza diretta dell’oggetto rappresentato. Attraverso invece le tecnologie analogiche e digitali, la realtà materiale subisce un processo di codifica che trasforma l’esperienza in informazione. Lo spazio tridimensionale della realtà si riduce a due dimensioni, e il tempo si attesta come istante, quando nell’esperienza fisica si manifesta invece come durata. La pittura dal vero ti pone dunque davanti a concezioni di spazio e tempo diverse da quelle di fronte a cui ti pongono le vecchie e nuove tecnologie. Che cosa significa e cosa implica ritornare oggi a una pittura di paesaggio concepita “dal vero”? Nel passaggio dal supporto fotografico (o digitale) all’osservazione diretta, avete notato minime variazioni o cambiamenti nei vostri risultati pittorici?

M. K.: Fin da quando ero bambino qualsiasi tentativo di dipingere en plein air è sempre stato portatore di una serie di fastidi non da poco: dagli insetti ai curiosi che venivano a guardare cosa stessi facendo; dal vento al caldo e al freddo; i barattoli di trementina che si rovesciavano sul prato e tutta una serie di seccature. Onestamente non so come facessero gli impressionisti a stare tutto quel tempo all’aria aperta, c’è da diventare matti. In realtà all’aperto si coglie effettivamente qualcosa di vivo (non necessariamente di interessante), di reale della cosiddetta ‘realtà’ (qualcosa di cui dubito sempre) , proprio come una macchina fotografica. Poi però, fortunatamente, il quadro lo si finisce in studio. L’en plein air qui viene, piuttosto, idealizzato; è posto evidentemente in un contesto volutamente retrò, e va compreso all’interno di una condizione ironica. È una forma di dandysmo, una deriva intellettuale al tempo stesso snob e provinciale, paradossalmente estrema poiché completamente fuori contesto. Non è l’esibizione di una contrapposizione con la cultura digitale, o un’alternativa a essa, sarebbe una sciocchezza.

V. P.: Come dici tu, ritornare a una pittura di paesaggio dal vero implica un’esperienza. Non solo un fabbricare l’immagine, ma un’esperienza poetica completa. Personalmente concepisco la vita contemplativa come l’attività umana più nobile, e anche privilegiata, a cui poter aspirare. Non appena ci si trova nelle condizioni di non guardare più la realtà per l’uso che se ne deve e se ne può fare, secondo i ritmi, le tempistiche e le ambizioni che “ci vengono imposti”, ecco che la possibilità di contemplazione, e quindi domanda e conoscenza, riaffiora. Per quanto riguarda il risultato pittorico, non è stato sempre semplice. Doversi adattare alle condizioni della giornata e quindi anche a un sole che sorge e tramonta, dettando il limite delle tue possibilità, mi ha orientato più che altro a un approccio “non finito”, di immediatezza e leggerezza. Senza troppe preoccupazioni per l’esito.

M. S.: Nel mio lavoro in studio uso raramente delle foto dalle quali trarre i soggetti. Ne utilizzo qualche volta quando disegno, ma più per una questione di esercizio, piuttosto che per un reale bisogno, ovvero per trarne ispirazione.
Ho sempre preferito lavorare in base a quello che so, alla mia memoria visiva, e seguendo l’intuizione del momento. Detto ciò, penso che l’esperienza del disegno dal vero renda l’artista più completo, non solo per una questione di difficoltà, ma perché un conto è lavorare in studio da una fotografia, un altro è preparare una sessione all’aperto: si comincia dovendo organizzare uno zaino, una selezione di materiali, scegliendo un luogo spesso raggiungibile solo a piedi o in bicicletta. Dal vero vi è poi una grande mole di informazioni da dover gestire. Lo sguardo è molto più ampio e si può indugiare su particolari che vanno ben oltre i bordi della fotografia.
La luce ruota, rimettendo in discussione il lavoro al quale si è dedicata una mattinata. Emergono costantemente nuovi dettagli, a questo punto si deve decidere se “aggiustare” l’opera alle mutate condizioni, provare a terminare a memoria o semplicemente proseguire senza una meta precisa. Se fotografare è informare, allora direi che disegnare è un processo di conoscenza in divenire. Quindi la reputo una pratica tutt’altro che obsoleta, ma che ha e che avrà in futuro un valore, sia come fine ultimo della propria ricerca sia come processo educativo, di formazione artistica in generale. Del resto, prima ancora che ai mezzi espressivi, sta alla sensibilità degli artisti dare una propria visione del mondo, per cui fintanto che ce ne sarà anche uno solo che troverà la propria chiave nella pittura di paesaggio, essa avrà la sua ragion d’essere.

Marco Salvetti, Figura seduta su una roccia, 30x40 cm, olio su tela, 2015

Marco Salvetti, Figura seduta su una roccia, 30×40 cm, olio su tela, 2015

D. G. A. – 3: Come vi siete orientati nella selezione del soggetto e quale scorcio di paesaggio avete scelto di rappresentare per questa edizione di Landina?

M. K.: Mi sono seduto in un luogo abbastanza comodo e fresco, vista la giornata calda, e mi sono guardato intorno; del resto Villa Taranto è un luogo talmente bello che qualsiasi scorcio è meraviglioso. Siamo noi che scegliamo cosa guardare della realtà oppure veniamo scelti da essa, è la realtà che ci sceglie? Questa mi sembra una buona domanda en plein air.

V. P.: Credo che più che un soggetto preciso, io abbia scelto un ambiente in cui situarmi, in cui poter godere di un’esperienza poetica. Il soggetto è poi accaduto per circostanza, guardando ora a destra, ora a sinistra. Ho camminato nella bellezza di quei luoghi e mi sono detta: “Ecco, io mi siedo qui”.

M. S.: Il primo giorno a Villa Taranto ci siamo trovati di fronte a un paesaggio vario e stupefacente. Ho cercato una zona che offrisse elementi eterogenei in un contesto il più spontaneo possibile e preferibilmente in un cono d’ombra costante, visto il sole molto forte. Mi sono accampato in una conca dalle alte pareti, ricoperte di alberi e felci, sopra la quale passava un ponte di pietra. Da sotto l’arco del ponte lo sguardo poteva proseguire per oltre un centinaio di metri fino al punto in cui il dislivello si ricongiungeva al sentiero turistico. Ero così alla prima delle quattro tele che mi ero preparato per Landina. Ho dipinto in maniera molto abbozzata, a tentoni, vi ho lavorato per gran parte della giornata riprendendola in diversi momenti e aggiungendo molto poco di volta in volta. A un certo punto ho preferito fermarmi. Mi sono detto fin dall’inizio che non avrei voluto lavorare come in studio, che avrei piuttosto lasciato sul quadro tutte le incertezze del momento pur di dare a questa esperienza un significato unico, altrimenti sarebbe stato meglio rimanere a casa. Successivamente ho dedicato una piccola tela verticale a un tronco d’albero lì vicino. Ho sottratto molti dettagli reali e adattato il soggetto alla forma della tela.
Il secondo giorno ci siamo spostati invece nella zona boschiva di Montorfano. È stata la sessione più dura per me. Ho lavorato per diverse ore alla terza tela, finché mi sono accorto di avere tra le mani un lavoro che poco mi rispecchiava, troppo carico di dettagli e con un che di compiaciuta “pittoricità”. Così ho deciso di cancellarlo.
Nel frattempo, sempre meno luce trapelava dal folto delle chiome, così con la quarta e ultima tela a disposizione ho dovuto sorvolare sui dettagli, sbrigarmi, cogliere le forme prima che nel luogo ci fosse il buio completo.
Alla fine credo sia stata un’esperienza molto più intensa e costruttiva di quanto i lavori facciano trapelare. Non ho fotografato nessuno degli studi e li ho lasciati ad asciugare a Omegna per rivederli a distanza di mesi come fosse la prima volta.

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