SCENARIO LANDINA #1 . BARDINO . BOISI . DE ANGELIS . IMPELLIZZERI . DI DARIO GIOVANNI ALÌ

Domenica 27 settembre 2015, a Omegna, sarà possibile assistere alla mostra di fine residenza della VI edizione di C.A.R.S. e all’opening di un progetto che quest’anno giunge alla sua terza edizione: si tratta di LANDINA, un laboratorio di pittura en plein air nato nel 2013 e a cura di Lorenza Boisi. Coinvolgendo ogni anno diversi pittori, LANDINA offre ai suoi partecipanti l’opportunità di lavorare a stretto contatto con il paesaggio e di intessere una serie di relazioni e scambi tra artisti. Il progetto, quest’anno, ha visto la partecipazione di sette protagonisti, intervistati da CERCHIO magazine. Di seguito la prima parte dell’approfondimento, con un’intervista di tre domande ai quattro pittori Antonio Bardino, Lorenza Boisi, Luca De Angelis e Sebastiano Impellizzeri.

Antonio Bardino - Paesaggio laterale - olio su tela - 194x138cm

Antonio Bardino, Paesaggio laterale, olio su tela, 194×138 cm

Dario Giovanni Alì – 1: Quella di Landina è un’esperienza che immette in una condizione, per certi versi, comunitaria. Vivendo a distanza dal caotico contesto urbano, isolati a stretto contatto con la natura, lo scambio di linguaggi, punti di vista e memorie tra i partecipanti è inevitabilmente incoraggiato, facilitando così la costituzione di una provvisoria micro-­‐comunità di artisti. Uno dei propositi con cui si presenta Landina è appunto quello di instaurare una rete di contatti e relazioni tra artisti legati dal medium della pittura. Immagino che, durante la vostra breve permanenza, questa condizione di scambio di linguaggi e stili diversi abbia avuto delle conseguenze, seppur minime, nella fase processuale del vostro lavoro. Come e in che misura la condivisione e lo stare insieme hanno influito sullo sviluppo di questa esperienza?

Antonio Bardino: Landina è stata soprattutto una bella esperienza di confronto, intensa, considerato che tutto succede in pochi giorni. Confrontarsi, scambiare e ascoltare le esperienze che riguardano il processo di sviluppo del lavoro, e soprattutto parlare di pittura con chi la fa e la vive sulla propria pelle, ha sicuramente un sapore diverso. Chi decide di usare la pittura come mezzo per portare avanti la propria ricerca ha la consapevolezza di aver fatto una scelta che presuppone una certa fatica, è un percorso senza scorciatoie. Nonostante gli approcci siano diversi, il senso di condivisione è comune, si entra in uno stato di concentrazione differente rispetto a quello che si può trovare nello spazio abituale di lavoro. È sicuramente una situazione ottimale, si torna a casa più carichi, con la convinzione che la pittura, per adesso, sia il mezzo più idoneo per raccontare la propria ricerca.

Lorenza Boisi: L’idea fondante di Landina è la compartecipazione di un fenomeno, la pittura en plein air ne è il pretesto. Parlando di Landina, io ne ricordo spesso la qualità di Simposio, di “convivio” del pensiero e del sentimento. Landina vuole offrire l’occasione che manca nel quotidiano per definire un tempo e un luogo dedicati a noi pittori e a noi solamente. Per ogni cosa esiste un tempo e un luogo. Landina è identicamente luogo e tempo, è abbraccio di avvicinamento e reciprocità di dialogo e intenzione.

Luca De Angelis: Vivendo a Milano per gran parte dell’anno, questa esperienza ha rappresentato anche un momento, purtroppo breve, di pausa e riflessione. Alcuni di noi si avvicinavano per la prima volta alla pittura di paesaggio dal vero. Forse ciò che ci ha unito è stata quella vulnerabilità che si prova di fronte a un’esperienza così nuova e spaesante. Il contatto con altri pittori è stato sicuramente formativo e intenso, soprattutto è stato interessante discutere dei ripensamenti, degli errori e delle difficoltà che sono emerse dipingendo en plein air. Ho avuto modo di approfondire la conoscenza di pittori che stimo e di vederli all’opera. Da molti di loro posso dire di aver appreso l’aspetto dell’essenzialità delle forme. Forse, questo aspetto è emerso nei lavori svolti l’ultimo giorno, quando ho iniziato ad accusare una stanchezza mentale dovuta a un sovraccarico di informazioni e stimoli. Questa sensazione ho cercato di custodirla per portarla con me in studio.

Sebastiano Impellizzeri: Alcuni degli artisti invitati li conoscevo già, altri li ho conosciuti in questa occasione. Ci sono stati degli scambi di idee e delle riflessioni sulla pittura. Ma non c’è stato, per quanto mi riguarda, una vera influenza sul mio lavoro, anche perché non abbiamo mai lavorato vicini gli uni con gli altri. Ognuno di noi, durante le sessioni di pittura, cercava il proprio spazio, il proprio soggetto, il proprio scorcio. Credo che solo dopo le ore di lavoro si possa parlare di una vera esperienza di scambio e convivialità.

Lorenza Boisi - Posing as an Expressionist Painting - olio su tela - 2014 -100x80 cm

Lorenza Boisi, Posing as an Expressionist Painting, olio su tela, 100×80 cm, 2014

D. G. A. – 2: Oltre che con le persone, Landina instaura una relazione fisica con la realtà. Un suo aspetto costitutivo e consapevolmente anacronistico è infatti la pittura en plein air. Con gli strumenti oggi a nostra disposizione, quelle di dipingere “dal vero” e all’aperto sono pratiche indubbiamente desuete, anche se consentono di fare esperienza diretta dell’oggetto rappresentato. Attraverso invece le tecnologie analogiche e digitali, la realtà materiale subisce un processo di codifica che trasforma l’esperienza in informazione. Lo spazio tridimensionale della realtà si riduce a due dimensioni, e il tempo si attesta come istante, quando nell’esperienza fisica si manifesta invece come durata. La pittura dal vero ti pone dunque davanti a concezioni di spazio e tempo diverse da quelle di fronte a cui ti pongono le vecchie e nuove tecnologie. Che cosa significa e cosa implica ritornare oggi a una pittura di paesaggio concepita “dal vero”? Nel passaggio dal supporto fotografico (o digitale) all’osservazione diretta, avete notato minime variazioni o cambiamenti nei vostri risultati pittorici?

A. B.: Il tema della natura, del paesaggio è predominante nei miei ultimi lavori. Da una parte mi sono trovato subito a mio agio con il contesto e l’ambiente che mi accingevo a esplorare, dall’altra, ho sempre pensato all’en plein air come a qualcosa di esattamente opposto alla mia pittura fatta di tempi lunghi e di tanti ripensamenti. Questa sorta di difficoltà ha fatto innalzare la soglia di attenzione rispetto alla condizione solita della visione e dell’analisi del paesaggio. Si trattava di eliminare la fase di metabolizzazione delle immagini precedentemente acquisite e andare alla prima. Ho cercato di immagazzinare, come in una sorta di memory card, tutto ciò che vedevo nei giorni, compresi i momenti del viaggio che mi ha portato lì. La bellezza dei luoghi era talmente potente da non poter essere coinvolto in facili situazioni, puramente retiniche. Mi sono posto di fronte alle cose, cercando di mantenere l’entusiasmo e lo stupore per ciò che avevo davanti agli occhi, ma conservando un effetto memoria delle immagini precedentemente impresse e selezionate dal ricordo. Altra sfida è stata quella di rimanere fedele alla mia visione di paesaggio, laterale non totalmente convenzionale.

L. B.: Landina è offerta ma anche insidia. Spaventosa frontalità con il divenire naturale, è il moto incessante del fogliame che permane pure in assenza di vento. Personalmente non ho “relazione” con l’Immagine nel mio lavoro di pittura, se non con la meta-immagine che è ritratto di opere d’arte che sono Altro. Certo l’en plein air è duro lavoro di concentrazione davanti al Tutto che canta e questo canto è pure frastuono ed eccesso di stimoli. È semplicemente molto difficile…

L. D. A.: Sicuramente sì. Nel lavoro in studio l’immagine fotografica da cui prendo spunto riveste un ruolo molto importante, come sono importanti i tempi dilatati che permettono ripensamenti. La pittura en plein air inizialmente mi ha mandato in crisi, l’errore che stavo commettendo era di riportare il mio solito modo di lavorare in una situazione che non lo richiedeva. Un errore che mi è costato un’intera mattinata di lavoro. La sensazione che si prova ad avere un “corpo vivo” in un ambiente concreto è devastante, ma inaspettatamente si è manifestata una gestualità diversa, per certi versi nuova. È scattato un meccanismo che credo influirà sul mio modo di dipingere. Non so cosa possa significare oggi un ritorno alla pittura dal vero, credo però sia importante dare valore a quel tipo di esperienza capace di farci ritornare a prendere coscienza di cose ritenute scontate. Parlo della sensazione che nasce quando si entra in contatto con ciò che è davvero reale e continua a esistere nonostante tutto.

S. I.: Quando si dipinge en plein air si è immersi nel paesaggio che si andrà poi a dipingere. Questo aspetto ti costringe a uno sforzo notevole nel cercare l’orientamento giusto all’interno dello spazio del soggetto o dello scorcio che si andrà a dipingere. Ci si deve orientare in una condizione di luce diversa e mutevole, in uno spazio che in sé non ha gli stessi limiti o confini di un’inquadratura già predefinita. In studio la questione è diversa, sia dipingendo un soggetto preso da un’immagine fotografica, sia dipingendolo a partire dall’osservazione dal vero. Ci si pone a osservare un unico punto dove l’atmosfera non cambia e la luce non muta.

Luca De Angelis, Senza titolo, olio su tela, 24x18 cm, 2015

Luca De Angelis, Senza titolo, olio su tela, 24×18 cm, 2015

D. G. A. – 3: Come vi siete orientati nella selezione del soggetto e quale scorcio di paesaggio avete scelto di rappresentare per questa edizione di Landina?

A. B.: I lavori sono stati realizzati nel parco botanico di Villa Taranto, in un’unica sessione. Un luogo dove è difficile non rimanere meravigliati ed emozionati da quello che ci circonda. Mi sono sempre occupato di soggetti in cui la natura si rimpossessa degli spazi in modo inaspettato e del tutto spontaneo. Lì, invece, tutto è estremamente controllato. Per la scelta del soggetto mi sono fatto trascinare dentro dalla pittura, tenendo conto di quello che avevo intorno, senza che questo costituisse un vincolo. La mia è una pittura dai tempi lunghi, quindi ho cercato di lavorare più sull’idea. Quello che dipingevo l’avrei potuto fare solo lì in quel momento, una pittura site-specific.

L. B.: Con alcune edizioni alle spalle, ho imparato a conoscere i miei limiti fisici. Non solo si tratta di individuare uno scorcio che sia già riflesso del sé, ma pure di rispettare queste miserie mortali, affinché non siano vessatorie e d’impedimento alla pittura. La scelta di una veduta si concilia dunque con una condizione di accettabile conforto che per me si risolve in riparo dal sole e a una pendenza di seduta inferiore al 10%… il soggetto poi è tutto, ma pure il Tutto è fuori, nel panorama, ma soprattutto dentro all’emotività dell’artista che seleziona, con volontà e definizione, la cosa e la sua qualità, sia quest’ultima anche solo ombra della sua soggettività.

L. D. A.: Inizialmente, sbagliando, ho cercato un’immagine “chiusa”, qualcosa che potesse ricordarmi l’immagine fotografica, o semplicemente una composizione con un elemento centrale che fungesse da soggetto in uno spazio. Devo ammettere di essermi sentito stupido quando ho capito che era impossibile racchiudere in una cornice immaginaria qualcosa che non voleva farsi contenere. Inizialmente si crede di aver deciso uno scorcio, un’inquadratura o un soggetto, ma dopo ci si accorge di seguire solo uno spunto. Si ha la consapevolezza che ogni singolo elemento non sia isolato, ma che dialoghi con tutto il resto, anche con ciò che non sarà nel dipinto. Trasportare tutto ciò sulla tela è un processo che richiede di abbandonare momentaneamente la coscienza di ciò che si sta facendo, o per lo meno cercare di non avere un’idea precisa di ciò che si sta dipingendo.

S. I.: Avevamo delle mete prestabilite. Un itinerario di luoghi consigliati e poi scelti da tutti: un giardino, un bosco, la riva di un lago. Il primo giorno, con Massimo e Marco, sono andato sulle rive del lago di Mergozzo per dipingere, sfruttando l’occasione per conoscerci. Il secondo giorno, ci siamo diretti tutti nei giardini di Villa Taranto. Lì, sparpagliati, siamo andati in cerca di un soggetto, di uno scorcio da dipingere. Quel giorno, al mattino, ho deciso di dipingere i toni del cielo sopra le cime delle alpi. Al pomeriggio, per ripararmi dai raggi del sole, mi sono imboscato tra le fronde dipingendo dei tronchi d’albero e delle piante. Più tardi ho osservato e dipinto i riflessi di luce su uno stagno. Il giorno dopo, nel bosco, ho scelto di dipingere una composizione di ceppi tagliati e accatastati gli uni sugli altri, dando le spalle al paesaggio in cui era possibile vedere tutta l’area del Lago Maggiore. Ricordo di aver dipinto tutto il giorno, e alla fine di quella sessione di pittura ho buttato via il quadro. Al perché delle scelte dei miei soggetti non so ancora risponderti, aspetto di rivedere le opere sopravvissute e poi, forse, saprò dirti qualcosa.

Sebastiano Impellizzeri, Testa portoghese, olio su tela, 18x24 cm, 2014

Sebastiano Impellizzeri, Testa portoghese, olio su tela, 18×24 cm, 2014

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