#TOFOLLOWTHESUNSET . MARCO CASELLA, MATTIA PAJÈ, GABRIELE TOSI . INTERVISTA DI DARIO GIOVANNI ALÌ

Il 22 luglio 2015, presso LOCALEDUE (Bologna), si è tenuto #tofollowthesunset (http://tofollowthesunset.tumblr.com/), un progetto a cura di Marco Casella, Mattia Pajè e Gabriele Tosi.

Concepito da una riconsiderazione del contenuto della mostra 490nm<GENERATOR<570nm, tenutasi nello stesso luogo, il progetto ha avuto come obiettivo quello di trasformare la mostra in uno strumento per svolgere una «performance digitale». Usando dunque lo spazio della mostra e il suo contenuto, nell’arco di 24 ore sono stati realizzati 48 fotomontaggi, prodotti sovrapponendo le fotografie scattate all’interno dello spazio durante la performance agli ultimi upload su Instagram delle immagini di tramonto taggate appunto #sunset e prelevate da diverse zone del mondo. I risultati – immagini volutamente a bassa risoluzione per testimoniare i passaggi a cui sono state sottoposte – sono stati pubblicati in tempo reale su Instagram, Facebook e sull’evento 6PM YourLocalTime.

Di seguito l’intervista agli ideatori del progetto.

#tofollowthesunset 32, Melbourne (Australia)

#tofollowthesunset 32, Melbourne (Australia)

Dario Giovanni Alì: Avete eseguito una performance da voi definita “digitale”. Affidando a un account il ruolo di esecutore materiale dell’azione, è come se aveste sottratto alla performance uno dei caratteri peculiari che – insieme a spazio, tempo e relazione con il pubblico – la contraddistinguono: il corpo del performer che, in questa occasione, avete tradotto in una serie di calcoli matematici e informazioni quantificate. Ovviamente, però, le azioni del vostro account sono state diretta conseguenza delle vostre, di un incontro effettivo tra corpi, che i fruitori, da casa, non hanno potuto vedere. Adesso vi chiedo: quali fatti o riflessioni sono scaturite, nell’esecuzione della performance, da questo interscambio tra fisico e virtuale? E in che modo il vostro essere “corpo virtuale” – diffratto nel tempo e nello spazio – ha agito nella relazione instaurata con il pubblico della performance?

Casella Pajè Tosi: Abbiamo chiamato “performance digitale” un insieme definito di azioni di uno o più account, che non si manifestano in un solo luogo ma appaiono laddove l’account fornisce a esso un display. La relativa simultaneità dei fatti fisici, come di quelli digitali, induce a riscrivere la formula del “qui e ora” pluralizzandone i termini: “i qui e gli ora”. Tra i moventi della performance, c’è sicuramente quello di declinare un concetto classico – la presenza dell’arte come conferma della presenza di chi guarda (pensiamo al Giovane che guarda Lorenzo Lotto di Paolini) – nella verifica esistenziale degli account del mondo. A sostegno di ciò, abbiamo notato come chi è stato fotografato a LOCALEDUE abbia atteso l’immagine fotomontata come memoria di presenza fisica e conferma di esistenza digitale. Per quanto riguarda invece il corpo, pensiamo che esso non si sottragga alla performance assumendo un account come performer, ma che piuttosto si manifesti sotto un altro aspetto. Ci interessava esasperare le distanze tra i bisogni dei corpi fisici e quelli dei corpi virtuali, la distanza tra il fruire e il partecipare. La nostra stanchezza e il nostro umore di esseri umani, nell’arco di 24 ore, hanno certamente influito sull’azione dell’account, che avrebbe continuato il suo lavoro sino a esaurimento corrente o connessione, quando noi, invece, avremmo avuto bisogno di una pausa. In questo senso, attualmente stiamo ragionando sull’opportunità etica di rendere le nostre performance per “account” un vero e proprio format, un insieme di istruzioni.

#tofollowthesunset 3 Kazakistan

#tofollowthesunset 3, Kazakistan

D. G. A.: Nei fotomontaggi realizzati avete sovrapposto le vostre figure a immagini di tramonti prelevate da diverse parti del mondo, toccando così una condizione che accomuna tutti gli utenti di internet: quella di essere dappertutto e in nessun luogo. Questa potenziale ubiquità dell’utente virtuale può fare a meno di un dato che è invece imprescindibile nella realtà fisica: il dato dell’esperienza (banalmente, con Google Maps posso trovarmi nelle strade di New York senza esserci effettivamente mai stato). La sottrazione di questo dato non fa che allargare ulteriormente la forbice tra realtà e verità del mondo virtuale. Pensate che la fruizione di un’opera d’arte – com’è accaduto con la vostra performance – possa fare a meno del dato fisico ed esperienziale?

C. P.T.: La fruizione di un’opera d’arte non può fare a meno di questo dato. Può sottintenderlo, evidenziarlo, moltiplicarlo o fraintenderlo, ma non può privarsene. Il digitale condivide con il sacro il problema fenomenico dell’ubicazione. Potremmo dire che la nostra è una performance digitale allo stesso modo in cui un miracolo è una performance sacra. In termini più strettamente artistici e curatoriali, vogliamo riflettere sulla differenza tra fruire fisicamente un evento artistico e fruirlo attraverso la sua estensione digitale. Seguire un tramonto per 24 ore non fa altro che sottolineare la discronia catalizzata dal digitale nel rapportarsi con immagini provenienti da tutto il mondo. L’ora della nostra colazione è per qualcun altro il momento in cui fotografare un tramonto tornando a casa da lavoro. Se i corpi fisici reagiscono all’arte in base a orari naturali o sociali e le mostre continuano a inaugurare a un orario specifico – quello in cui si esce da lavoro e ci si rilassa –, i corpi virtuali, invece, non essendo soggetti a questi meccanismi reagiscono all’arte 24/7.

#tofollowthesunset 47, Krasnoyark (Russia)

#tofollowthesunset 47, Krasnoyark (Russia)

D. G. A.: Il vostro progetto nasce come ulteriore sviluppo di una mostra precedentemente inaugurata a LOCALEDUE. Attraverso questa azione avete trasformato la mostra da momento conclusivo, di fine percorso, a pulsante d’avvio di un motore propulsivo in grado di generare nuove questioni e implicazioni che, nei limiti fisici e temporali della mostra, rischiavano di rimanere escluse. Questa sorta di estensione laboratoriale può essere dunque considerata come una modalità efficace per ripensare, più in generale, i termini di una mostra? Il vostro progetto, a sua volta, quali ulteriori domande ha sollevato e quali questioni da approfondire ha lasciato in sospeso?

C. P.T.: Nel momento in cui stavamo realizzando la documentazione di 490nm<GENERATOR<570nm, si era presentata l’occasione di partecipare all’evento europeo 6PM YLT, che si autodefinisce come “a distributed exhibition, taking place in many art institutions, galleries and artist studios at the same time, and documented under the same #hashtag”. Nei confronti della mostra da cui scaturisce, #tofollowthesunset si rapporta come una sorta di ready-made al contrario. La mostra viene così considerata come oggetto e strumento. Dal nostro punto di vista, non si tratta di un ulteriore sviluppo della mostra precedente, bensì di un suo diverso utilizzo. #tofollowthesunset solleva la questione di ridefinire l’importanza dei luoghi fisici dove si espone l’arte, e come questi debbano rapportarsi con la loro controparte digitale. In altre parole, solleva l’annosa ma interessante questione dei confini di un evento artistico.

#tofollowthesunset 22, Colorado

#tofollowthesunset 22, Colorado

Marco Casella e Mattia Pajè, 490nm<GENERATOR<570nm, veduta della mostra, LOCALEDUE

Marco Casella e Mattia Pajè, 490nm<GENERATOR<570nm, veduta della mostra, LOCALEDUE

#tofollowthesunset

tumblr:

http://tofollowthesunset.tumblr.com/page/4

instagram localedue:

https://instagram.com/localedue/

facebook:

https://www.facebook.com/events/1631869740429724/

6pmylt:

http://www.6pmyourlocaltime.com/participant/localedue-bologna/?pt=item&t=6pmeu

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