SCENARIO VALLE CAMONICA #2 . NAQUANE . CASE SPARSE . CONTEXTO . DI DARIO GIOVANNI ALÌ

Quando in estate Milano si svuota e il ricco panorama di mostre, iniziative artistiche e attività culturali comincia a diradarsi, una realtà poco distante si risveglia e decide di prendere il testimone. Ecco il resoconto di un soggiorno in Valle Camonica trascorso con la redazione di that’s contemporary.

(Parte #1: https://cerchiomagazine.wordpress.com/)

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19 luglio 2014. Secondo giorno in valle. Dopo un caffè e una fetta di torta, decidiamo di programmare la mattinata. Avendo alcune ore a disposizione prima dei prossimi appuntamenti, decidiamo di visitare almeno uno dei numerosi parchi archeologici che hanno reso questa valle nota in tutto il mondo, specie dopo il riconoscimento – conferitole nel ’79 dall’UNESCO – di patrimonio mondiale dell’umanità. Mappa alla mano, ci dirigiamo dunque al Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, il primo istituito in valle nel 1955. Incise tra il V e il I millennio a. C., le 103 rocce del parco raffigurano scene di caccia e guerra, rappresentazioni stilizzate di uomini, animali, edifici e strumenti tessili. Occorre guardare con attenzione: sulla superficie apparentemente uniforme della roccia, lo sguardo registra di volta in volta un particolare, una sottile linea che, se inseguita, rivela un complesso sistema di corrispondenze. Il tracciato segnico di questo vero e proprio museo all’aperto non fa altro che metterci di fronte a noi stessi, a una ricostruzione storica di ciò che eravamo: una rappresentazione dell’uomo, dei suoi rituali e del suo vivere quotidiano, custodita in un habitat che ci trascina con l’immaginazione alle origini delle civiltà che abitavano queste montagne. Qui cultura e natura si compenetrano a vicenda senza interruzioni, rimarcando il carattere peculiare del luogo.

Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane

Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane

Dopo aver visto le tracce lasciate migliaia di anni fa da diverse popolazioni, ci incamminiamo verso un luogo in cui di tracce se ne continuano a segnare tuttora. Siamo a Malonno, nella sede della residenza d’artista Case Sparse | Tra l’Etere e la Terra, ideata da Monica Carrera e Francesca Damiano. Il progetto, che ha durata triennale, è stato avviato nel 2012 e si pone come obiettivo la costruzione di un Parco di Arte e Natura all’interno del Parco dell’Adamello. Isolata su una collina e immersa in un paesaggio campestre, la residenza ospita ogni anno un gruppo di artisti, invitati a realizzare opere site-specific, e un curatore, incaricato a fine residenza di comunicare all’esterno l’esperienza tramite l’elaborazione di una mostra o di un catalogo. Durante un soggiorno di due settimane, gli artisti mantengono dei contatti via web con le due realtà no profit O’ (a Milano) e GlogauAIR (a Berlino), inviando del materiale di documentazione del processo artistico. A ogni edizione, il progetto è stato incentrato su un tema o un elemento specifico della valle; quello di quest’anno è il fiume Oglio, da sempre via di comunicazione e scambio che attraversa tutto il territorio camuno.

Varcata la soglia di casa, una tavola ricca di pietanze locali ci invita senza troppi indugi a sederci e pranzare. L’aria conviviale che si respira aiuta a conoscersi meglio. Parlando con Francesca, comprendo di più che cosa significhi vivere in un luogo simile, separato e a se stante rispetto alla realtà urbana in cui sono cresciuto. Qui, la relazione con l’altro è il collante che tiene insieme tutto. Basta poco per sentirsi subito parte integrante di una micro-comunità. Chi esce da qui porta inevitabilmente con sé dei legami, con il luogo e le persone che lo abitano. Questa naturale propensione del luogo allo scambio – di idee, memorie, punti di vista – mi fa riflettere sul ruolo peculiare che il curatore in residenza – quest’anno Saul Marcadent – è chiamato a ricoprire. Non è lui a scegliere gli artisti, a dettare le linee guida di un progetto di ricerca concepito da zero; tuttavia la sua presenza resta comunque essenziale per fare da ponte tra l’interno e l’esterno, tra ciò che accade in residenza e ciò che, al di fuori, di essa è recepito. La sua funzione di mediatore, nel caso specifico di Saul, appare ancora più evidente: dalle intense conversazioni con gli artisti durante il periodo di residenza, il curatore ricaverà il materiale per la realizzazione di un catalogo attraverso cui divulgare, per quanto possibile, l’esperienza vissuta in valle.

Il pranzo è finito. Rimane ancora un’ora prima che inizi la mostra con le opere di fine residenza. Decidiamo quindi di fare un salto a Edolo, dove è previsto il debutto della prima edizione di Contexto.

Case Sparse | Tra l'Etere e la Terra

Case Sparse | Tra l’Etere e la Terra

Case Sparse | Tra l'Etere e la Terra

Case Sparse | Tra l’Etere e la Terra

Contexto è una manifestazione di arte contemporanea diffusa tra le vie e le piazze del centro storico di Edolo. L’iniziativa, che comprende una serie di eventi, mostre e conferenze, si presenta come una sorta di festival della contemporaneità: l’obiettivo è quello di inserire le diverse forme d’arte, musica, danza e letteratura contemporanee all’interno del contesto edolese. I direttori artistici Franca Cerveni e Domenico Franchi e il curatore Paolo Sacchini hanno selezionato una cerchia di 30 artisti italiani che, attraverso le proprie opere, si sono inseriti nel tessuto storico e culturale della città. Andando in giro, noto diverse sculture, qualche installazione e delle fotografie. Sulla grande parete di un edificio campeggia un’opera di street art realizzata da Pao e intitolata Ritorno a casa. Ci occorrerebbe più tempo per poter godere di una manifestazione di arte contemporanea così ricca, ma il nostro prossimo e ultimo appuntamento si avvicina. Zaini in spalla, ci rechiamo quindi al Parco dell’Adamello, che oggi custodisce le opere realizzate per Case Sparse.

Appena arrivati, a prendere la parola è Saul, che ci guida tra le opere di quest’ultima edizione, presentandole una dopo l’altra. La prima è quella di Francesca, intitolata Fermofiume, un tavolo in legno di larice intagliato in modo da replicare fedelmente l’assetto morfologico del fiume Oglio. La natura dell’opera, concepita come un invito a fermarsi per fare una sosta, fa da contrasto a quella, inarrestabile, del fiume, ponendosi in questo modo come suo doppione speculare. Con un simile gioco di tensioni opposte, l’opera di Monica, Fa ruggine, è la narrazione di un fenomeno – quello della migrazione – che ha parecchio interessato alcune aree della valle. Un albero racchiuso dallo scheletro metallico di un’imbarcazione racconta il dissidio interiore di chi è costretto a decidere se partire o restare. Camminando ancora tra gli alberi, il nostro sguardo si ferma su un oggetto che dà al luogo una sottile sfumatura inquietante: l’opera di Stefano Serretta, Underground, riflette sulla questione dell’inquinamento delle falde acquifere della valle causato dallo smaltimento abusivo di scorie. Lo spettatore si trova così di fronte a un tombino collocato in mezzo a un paesaggio solo apparentemente incontaminato. Proseguendo, infine, ci imbattiamo nell’opera di Youki Hirakawa, quarto artista in residenza. A tree two stumps – Chestnut è un intervento che si mimetizza nel paesaggio. Poste l’una accanto all’altra, due porzioni di uno stesso albero sono state interrate specularmente, invitando lo spettatore a immaginarne il potenziale duplice sviluppo: un tronco, mettendo radici, verso il basso; mentre l’altro, ramificando, verso l’alto.

Dopo l’approfondita presentazione delle opere di fine residenza, la giornata è quasi finita e la nostra visita in valle è giunta ormai al termine. Saluto così le mie nuove conoscenze, con la promessa di rincontrarci, e ci rimettiamo in auto verso Milano. Alla fine di questo breve soggiorno ho conosciuto un sistema dell’arte contemporanea – quello camuno – che produce una serie di lodevoli iniziative dalla forte impronta identitaria ma mai strettamente locale, circoscritta. Rispetto alla grande città, un territorio periferico e recintato dalle montagne è per sua natura più incline all’autoconservazione come forma di difesa da ciò che è esterno ed estraneo. Non sono però l’isolamento e l’esclusione gli strumenti di difesa attraverso cui la Valle Camonica preserva la sua identità. La valle, al contrario, si apre il più possibile verso l’esterno, invitando artisti, curatori e operatori culturali a lasciarvi un segno, consapevoli infine che la valle, di rimando, lascerà in loro un segno duraturo. Rimesso piede a Milano, non ho dubbi su quale sarà una delle tappe obbligatorie della mia prossima estate.

Pao - Ritorno a casa - Contexto - courtesy Contexto

Pao – Ritorno a casa – Contexto – courtesy Contexto

Francesca Damiano - Fermofiume - ph. E. Milanesi -courtesy Case Sparse

Francesca Damiano – Fermofiume – ph. E. Milanesi – courtesy Case Sparse

Monica Carrera - Fa ruggine - ph. E. Milanesi - courtesy Case Sparse

Monica Carrera – Fa ruggine – ph. E. Milanesi – courtesy Case Sparse

Stefano Serretta - Underground - ph. E. Milanesi - courtesy Case Sparse

Stefano Serretta – Underground – ph. E. Milanesi – courtesy Case Sparse

Youki Hirakawa - A tree two stumps – Chestnut - ph. E. Milanesi - courtesy Case Sparse

Youki Hirakawa – A tree two stumps – Chestnut – ph. E. Milanesi – courtesy Case Sparse

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