Casa a Mare . Mediterranea passione . Intervista di Stefano Serusi

In questi giorni mi è capitato di chiedere di Casa a Mare a diverse persone ed avere informazioni preziose. Si può dire che parlare di mediterraneità come un punto di vista sull’arte e sulla vita in genere fosse una necessità già condivisa… In che contesto nasce il progetto, quante persone ne sono parte attiva?

Luca Coclite: Possiamo dire che ciò che sta alla base del progetto non è soltanto una visione comune della mediterraneità, come punto di vista sull’arte, piuttosto è la storia dell’“abitare umano” legata alla visione del Sud in generale. Casa a Mare deriva soprattutto da quell’architettura senza nome, spontanea, tipica del Sud Italia, che genera identità, espressioni culturali e sociali. Prende spunto da quel tipo di anonimato popolare; ne scaturiscono indagini, rappresentazioni, tentativi di estetizzare alcuni soggetti del contesto in cui siamo nati e cresciuti, ma che da millenni è presente nelle culture di tutto il mondo. Dietro l’operato del collettivo c’è il nostro lavoro individuale dal quale emergono molti punti in comune che convergono nel progetto. Uno di questi è il tipo di visione che abbiamo del paesaggio. Com’è successo per una delle ultime opere firmate Casa a Mare, il luccichio dei cocci di vetro rotti presente sui muri delle nostre pianure, si è rivelato come un’immagine determinate per la ricerca. Da semplice documentazione, diventa un tassello fondamentale che va a completare quella visione alla quale alludevo prima. Inoltre, un’altra base in comune, dalla quale prende spunto l’intero progetto, è la passione per alcune pratiche ereditate dai movimenti radicali del ‘900, che mettono in primo piano le dimensioni politiche e sociali e che allo stesso tempo si fondono con alcune delle tendenze popolari che sopravvivono tutt’oggi. Casa a Mare è composta da me e Giuseppe de Mattia, con Claudio Musso come curatore interno al progetto.

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Casa a Mare. Na Na Na, 2015 Foto Pelagica

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Casa a Mare. Paracane, 2015 Foto Pelagica

Sono un artista e l’influenza delle forme sui comportamenti è dall’inizio al centro della mia ricerca.  Analizzando le fasi del vostro progetto ho notato una separazione netta tra la produzione di gadget e immagini e un lato più ambientale e performativo, che personalmente m’incuriosisce di più. C’è una progettualità d’insieme, prestabilita, nelle tappe di Casa a Mare

Giuseppe De Mattia: Il processo creativo di Casa a Mare non è premeditato sin dalle prime fasi di progettazione di ogni nuova “tappa”. La produzione dei gadget e delle immagini è parte integrante dell’ambito performativo (che è una forma importantissima della produzione). Spesso l’oggetto e le immagini entrano a far parte delle installazioni e delle performance per poi finire “a muro” in un’altra occasione.
Per esempio, il telo in spugna della bottiglia di Coca-Cola degli anni ’60 piena di salsa di pomodoro, è apparso per la prima volta sul sedile dell’Alfasud nell’anteprima presentata a Bologna, durante Arte Fiera 2015. Il secondo giorno era su una sedia della cucina ricreata all’interno del mercato dell’usato (Blocco 24) che ospitava l’automobile. Negli spazi di Pelagica a Milano, lo stesso telo era esposto a parete come una coccarda che avevamo già vinto in qualche battaglia precedente. Un paio di esemplari sono sotto teca in casa di collezionisti privati e da quell’immagine è nata la (anti) performance Cocacola 2015 realizzata alla Nowhere Gallery di Milano l’8 giugno scorso.
Un percorso molto simile è quello del parasole che diventerà un oggetto prodotto da Danilo Montanari Editore e che io e Luca venderemo in spiaggia a pochi euro. Ci piace molto poter pensare ad oggetti come questi, che possono essere venduti a prezzi ridotti: per anni li abbiamo usati e buttati data la loro origine e materialità effimera, che passa di moda, invece, adesso qualcuno li conserverà perché hanno assunto lo statuto di multipli. Anche questo processo fa parte di un atto performativo continuativo che Casa a Mare vuole innescare.
Il muretto Paracane (termine inesistente, di pura fantasia) con i vetri aguzzi, che impedisce di vedere un cumulo di cose già di per sé misterioso perché coperto da un telo blu da cantiere, nasce da un gioco, da uno sfottò telefonico che io e Luca eravamo soliti fare e che poi ha coinvolto anche Claudio. Quando abbiamo realizzato che “na, na, na” significa sia “guarda, guarda, guarda” che “vedi, vedi, vedi” ci siamo detti che era perfetto come audio al di là del muro.
La maggior parte dei lavori di Casa a Mare nasce per gioco e poi diventa qualcosa di più serio.
Il ruolo di Claudio Musso è fondamentale. Quando, con Luca, abbiamo cominciato a ragionare sulle pratiche che accomunavano i nostri lavori da singoli, abbiamo capito che avevamo bisogno di qualcuno che teorizzasse questi gesti spontanei che si trasformavano in immagini, video, suoni, performance, installazioni… Entrambi abbiamo pensato a Claudio. Il nostro flusso creativo doveva passare per un teorico e contaminarsi al suo pensiero.
Poi, per non farci mancare nulla e per non tradire uno dei sostantivi che compone il nostro nome collettivo – “casa” – ogni tanto ospitiamo altri artisti. Al primo appuntamento abbiamo chiamato il sound artist Dominique Vaccaro, mentre per l’occasione milanese, da Gigantic, è toccato a Pelagica (duo curatoriale – artistico di stanza a Milano).
Riflettendo sulla tua domanda penso che la modalità progettuale sia legata soprattutto al luogo in cui si sperimenterà il progetto. La forma varia di volta in volta. Ora stiamo pensando ad una serie di installazioni per una breve residenza in casa di un collezionista olandese che vive nel modenese e vorremmo realizzare un film documentario che nasce da un libro (esposto allo IUAV qualche giorno fa) che a sua volta nasce dal parasole.

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Casa a Mare, Cocacola, 2015

Oggi per un artista l'”identità locale” sembra materia di residenza: si va per qualche giorno in un luogo distante dai grandi centri, si intervistano gli abitanti e ci si atteggia a etnografi. Mi sembra sia quasi sparita per l’artista la possibilità di spendere un’identità propria, si privilegia piuttosto una netta separazione tra arte e vita. La vostra ricerca di un’epica popolare è un semplice ritratto di qualcosa che conoscete o c’è una necessità dietro questa rappresentazione? 

LC: Il recente interesse verso la “periferia” o verso la provincia, sempre più diffuso, è sicuramente un’arma a doppio taglio. Ovviamente, la presenza della periferia include l’esistenza di un centro, quindi il valore e l’importanza dell’identità locale (che poi diventa materia di studio) è quasi sempre in relazione con il dato globale, come la periferia lo è con i grandi centri. Ecco che il nostro tentativo di rappresentazione nasce per l’appunto da una necessità di non dipendere da un’identità accentratrice, in tal caso infatti correremmo il rischio di indebolire l’identità stessa che ci appartiene fino sminuirne il significato, la nostra intenzione è piuttosto quella di metterla a confronto con altre realtà, di esaminarla, di porla dinanzi all’interpretazione e di contraddirla, se è necessario.
Si può parlare di un progetto umanistico, ovvero Casa a Mare ci insegna a stare meglio? Si può definire un libro bianco, una dichiarazione politica di appartenenza a qualcosa che si teme sparisca cancellato dalla globalizzazione?

Claudio Musso: Chiedersi se Casa a Mare è un progetto umanistico è per noi un complimento, come tale lo accettiamo e te ne siamo grati. Interrogarsi altresì su un supposto valore pedagogico del progetto, sulla possibilità che insegni qualcosa e su che cosa possa insegnare è un ottimo spunto di riflessione. Nella definizione che abbiamo dato a Casa a Mare si legge “come una seconda vita che replica tutti gli oggetti, le abitudini e le ossessioni”, in questa frase l’idea di replicabilità, di mimesi, è strettamente legata alla possibilità di imparare da qualcosa che già esiste. Pertanto siamo noi i primi ad apprendere, a porci in una dimensione di ascolto e di studio. I processi spontanei che si nascondono dietro le costruzioni, i riti e le esperienze che popolano l’immaginario della “casa al mare” sono di certo luoghi dell’apprendimento. La cura che guida il benzinaio a proteggere la mano dalla benzina, la paziente reiterazione delle coperture che ogni anno ripongono al sicuro mobili e suppellettili per la nuova stagione, sono azioni impermeabili e resistenti alla pressante cultura dell’usa-e-getta. I concetti di manutenzione, attenzione al dettaglio, valorizzazione della tradizione popolare, non ambiscono ad essere una critica tout court del Mondo globalizzato, piuttosto si configurano come categorie di un pensiero alternativo che fino ad ora ha trovato basi geografiche precise (si veda il libro Case per il Salento), ma che intendono innescare “un meccanismo di riconversione capace di costruire una nuova scala di valori”.

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Casa a Mare. Paramano, 2015

Esiste ancora il Meridione? Come credete abbia fatto a salvarsi “nonostante tutto”?

CM: Ogni giorno ci troviamo di fronte al fallimento delle teorie politiche unificanti che non tengono conto della diversità, o peggio che fanno della diversità un pericolo. Di certo il significato del termine Meridione, come quello di qualsiasi altro lemma, è cambiato nel tempo assumendo sfumature che vanno oltre la dicotomia positivo/negativo. Sarebbe interessante ripercorrere lo Stivale chiedendo in lungo e in largo di dare una definizione del termine Meridione captando il caleidoscopio di senso che ne costituirebbe il risultato. Per tornare a Casa a Mare, credo che la potenza iconica dell’Alfasud, performer d’eccezione all’anteprima bolognese, racchiudesse la stratificazione della catena concettuale lavoro-emigrazione-riscatto sociale-vacanza-status symbol-indipendenza-etc..

GDM: Per me si salva proprio per un istinto incompiuto e genialmente raffazzonato, autocostruito, ingegnoso e oggetto di manutenzione. In questo consiste la questione meridionale più radicale a mio parere. E’ questo l’anello mancante all’integrazione con il resto della Penisola. Ed è questo il calamaio da cui attinge Casa a Mare continuamente, per parlare non solo di luoghi, ma soprattutto di una generazione formata in quei luoghi.
“Nonostante tutto”, resiste e si salva!

LC: Esiste ancora, eccome! Perché è inesauribile, soprattutto per alcuni di noi che lo vivono.

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