L’Albero di Trasmissione . intervista a Fabrizio Bellomo

55 Festival dei Popoli e Filmmaker Festival 2014: Fabrizio Bellomo e L’Albero di Trasmissione

Intervista di Patrizia Emma Scialpi

Ciao Fabrizio, inizio intanto nel dirti come durante la presentazione di “L’Albero di Trasmissione” a Milano mi abbia un po’ stupito sentirti definire fotografo. In effetti sembra che un operatore culturale come te che attraversa in modo felice e maturo varie forme espressive sia ancora oggi nonostante tutto difficilmente inquadrabile. Tu quale definizione sceglieresti, come sintetizzeresti il tuo percorso?

Non lo sintetizzerei; il mio percorso è complesso come complessi sono i percorsi degli autori che mi hanno formato e che hanno sempre suscitato i miei interessi.

Non mi ha meravigliato sentirmi definire fotografo, nel tempo mi sono sentito definire in svariati modi, vicini e meno vicini a quello che faccio, ma questo non mi fa nessun effetto quando succede in ambito lavorativo, se non qualche smorfia di disappunto quando sono presente.

Quello di cui mi meraviglio di più è che non solo nei rapporti professionali noto questa facilità a etichettare quello che sono e che faccio, ma anche nei rapporti umani, con amici e amiche, vedo che si tende sempre a etichettare, nelle ultime telefonate di questi giorni con persone vicine – non con colleghi o altro -“…ah ok tanto tu stai prendendo quella strada, del cinema…”- io sinceramente non lo so e né tantomeno mi interessa molto, continuo a fare quello che mi va di fare valutando singolarmente ogni progetto e quali stimoli mi possa offrire.

Il tuo film mi ha fatto pensare come la nostra generazione sia legata ad un certo cinema di antieroi, dai Coen a Wes Anderson, alla programmazione del Sundance Film Festival. Per te, partendo dalla necessità di raccontare, quali problematiche separano l’arte contemporanea dal cinema? Personalmente ho spesso la sensazione di vedere molte mostre che nascono da aneddoti e curiosità, mentre solo il cinema riesce davvero a offrirmi la profondità di una “storia”.

Su questo non sono d’accordo il problema non può essere del format mostra o del format cinema (e derivati) ma semmai dei singoli autori; ci sono autori degni e ce ne sono altri meno degni, così come ci sono mostre belle e di estremo approfondimento (basta dare uno sguardo alla programmazione dell’ADK di Berlino) o film inutili.

Poi è vero, in linea di massima i tempi del cinema sono tempi di produzione molto lunghi che consentono di vedere e rivedere il proprio lavoro, di aprirsi molto di più a critiche esterne di colleghi e amici e degli stessi collaboratori/co-autori del film, ma c’è anche da dire che ci sono progetti e ricerche artistiche che hanno tempi biblici e decennali.

Penso di non aver mai visto un film di Wes Anderson e pochi, comunque non recenti, dei Coen, ma credo di aver capito comunque quello che dici sugli antieroi o sui “magnifici perdenti” che è un aggettivo che ho utilizzato anch’io per definire le persone divenute personaggi del mio film, ti posso solo dire che in un momento storico in cui la decrescita sembra l’unica via forse la tendenza di cui parli è abbastanza plausibile.

In questi giorni è uscito un pezzo su Il Manifesto che ha secondo me qualcosa a che fare con quello che stai dicendo tu, Mazzino Montinari diceva che i film visti nella sezione prospettive di Filmmaker (la stessa in cui era selezionato “L’Albero di Trasmissione”) sono sembrati più delle “retrospettive” poiché in qualche modo tutti rivolti con uno sguardo al passato; a mio parere probabilmente anche questa tendenza si potrebbe attribuire al fattore che vede, forse anche sbagliando, la decrescita come unica via.

Figura 1 - Fabrizio Bellomo L'Albero di Trasmissione, still

Figura 1 – Fabrizio Bellomo, “L’Albero di Trasmissione”, still

Figura 2 - Fabrizio Bellomo L'Albero di Trasmissione, still

Figura 2 – Fabrizio Bellomo, “L’Albero di Trasmissione”, still

Hai mai pensato di trarre dalle vicende dei Ciliberti una mostra, provando a sintetizzare, a estrarre, “togliere” da una vicenda tanto carica?

Si certo, ma mi piacerebbe curare una mostra con gli oggetti che producono loro e non fare un progetto su di loro.

Una mostra con gli oggetti realizzati dalla famiglia Ciliberti, a Bari e in un luogo deputato, sarebbe un momento di rivalsa per loro e poi mi piacerebbe perché mi piace quello che fanno, ci sono delle cose fatte in quella famiglia che a mio parere sono ben più interessanti di molta arte contemporanea che vedo in giro.

Io stesso ho acquistato da Simone Ciliberti una sua scultura e come si vede nel film non sono il solo.

Poi a pensarci bene devo ringraziarti per la domanda, perché mi consente di affrontare un argomento che sentivo quando giravamo il film; mentre giravo e montavamo e sceglievamo cosa mostrare delle loro “cose”, ho sempre sentito che l’attività curatoriale, che porto parallelamente avanti insieme a tutto il resto, mi abbia facilitato nella scelta di cosa mostrare e cosa no. Creare i collegamenti fra le varie generazioni dei CIliberti attraverso i loro oggetti è stata assolutamente un’attività curatoriale ed è stata una parte importante nella realizzazione del film.

Mi ricordo molto bene che proprio nel momento in cui stavamo montando e rigirando alcuni fegatelli della parte del film dove appare la struttura di ferro presente nella zona del nonno Rocco, quella in cui si vedono alberi e foglie intrecciarsi, mescolarsi e modificarsi con il ferro della struttura, a Bari al teatro Margherita era in corso una mostra dell’artista indiano Jmmie Durhan, mostra incentrata proprio su questa mescolanza fra mondo naturale e mondo industriale. Ricordo di aver voluto far vedere al montatore del film questa mostra per condividere ancora di più le mie percezioni su quella scena del film: anche questo credo fosse un parallelismo di tipo curatoriale o da ricercatore.

Un’altra opera che mi ha sempre rimandato a quella mescolanza di ferro/tronchi presente nella scena del mondo di Rocco è Iron Tree di Ai Weiwei, vista alla Boros Collection di Berlino: lavoro a mio avviso magistrale dell’artista cinese.

Anche Pietro Marino giornalista e critico de La Gazzetta del Mezzogiorno ha ultimamente parlato attraverso un parallelismo con il mondo dell’arte de L’Albero di Trasmissione però in questo caso parlava delle sculture del figlio Simone: “…inventandosi tricicli e moto con pezzi di risulta (un po’ come le armi di Pascali).”

Figura 3 - Fabrizio Bellomo L'Albero di Trasmissione, still

Figura 3 – Fabrizio Bellomo, “L’Albero di Trasmissione”, still

Figura 4 - Fabrizio Bellomo L'Albero di Trasmissione, still

Figura 4 – Fabrizio Bellomo, “L’Albero di Trasmissione”, still

Figura 5 -  Jimmie Durham - Wood, Stone and Friends, Teatro Margherita, Bari

Figura 5 – Jimmie Durham, “Wood, Stone and Friends”, Teatro Margherita, Bari

Figura 6 - Ai Weiwei - Iron Tree, particolare

Figura 6 – Ai Weiwei, “Iron Tree”, particolare

Figura 7  - Ai Weiwei - Iron Tree

Figura 7 – Ai Weiwei, “Iron Tree”

Figura 8 - Fabrizio Bellomo - L'ALbero di Trasmissione, still

Figura 8 – Fabrizio Bellomo, “L’ALbero di Trasmissione”, still

Altro elemento che mi ha incuriosito, della conversazione in sala, è l’intervento nel tuo film di un “supervisore” alla narrazione. Quando è nata questa necessità, e quale è stato il suo apporto? Come accosti questo dato con quel modo di fare cinema contrario al testo, di ispirazione Beniana a cui ora ti interessi e forse aspiri?

Prima di tutto devo dirti che non aspiro a seguire nessuno, mi interessano e mi sono interessati tanti autori, fra i più svariati, ad esempio mi piace molto anche Luca Vendruscolo (l’autore della serie Boris) soprattutto il suo primo film Piovono Mucche; penso che sia normale per un giovane trovare spunti in tanti autori che ti sono piaciuti come fruitore, Bene è solo uno di questi, lo cito spesso come cito spesso anche Franco Vaccari perché sono autori che sono riusciti anche a teorizzare il loro lavoro.

In secondo luogo il parallelismo che ho citato in sala, ovvero quello fra la distruzione del testo a monte e un certo modo di fare cinema (non per forza il mio) penso a Tizza Covi e Rainer Frimmel con La Pivellina o, forse ancora più interessante per questo discorso, a Gianfranco Rosi con Below Sea Level (ma solo per citarne un paio), è un parallelismo sul formarsi della “produzione/narrazione” che sia cinema o teatro poco mi interessa, ed è un discorso che faccio proprio in relazione alla mia ricerca sulla rappresentazione come studioso.

Infatti se pensiamo ad alcuni film come quelli citati (e di cui penso faccia parte anche il mio) che basano la propria – per così chiamarla – sceneggiatura sul montaggio, quindi non avendo nulla (o quasi) a monte, ma costruendo la narrazione del film via, via e soprattutto senza facili interruzioni del racconto come interviste o altro, …beh qui ci sono a mio parere delle analogie con la distruzione del testo a monte di Carmelo Bene.

Devo per sincerità anche dirti che questo è un parallelismo che ho percepito in modo istintivo, ma è davvero molto avventato e nonostante lo abbia inserito nel libro per postmediabook sto ancora cercando di capire e relazionare meglio.

Per quanto riguarda la domanda sul “supervisore alla narrazione”…in questo tipo di operazioni cinematografiche, proprio per il discorso fatto fino a ora, la sceneggiatura la fanno tutti, la fanno le persone/personaggi-attori del film con le loro voglie e non voglie di fare delle cose e con i loro istinti, la fa il regista/soggettista, la fa tanto anche il montatore (Guglielmo Trupia), e nel nostro caso c’è stato l’intervento anche di Eugenio Vendemiale, che è uno scrittore (La Festa è Finita, Caratteri Mobili 2014) ed è intervenuto su mia richiesta solo quando il montaggio era in dirittura d’arrivo.

La narrazione quindi era stata creata passo, passo da me e dal montatore Guglielmo, oltre che dai protagonisti; per un lungo periodo giravamo e montavamo contemporaneamente, scrivendo e cancellando quello che avevamo fatto e riscrivendolo nuovamente. Eugenio è stato chiamato, diciamo pure a dare un’ordinata finale, chiamato appunto per le sue doti narrative.

Domanda di rito: Dopo la pubblicazione del tuo libro per Postmediabooks Le persone sono più vere se rappresentate e l’uscita de L’Albero di Trasmissione quali sono i progetti di Fabrizio Bellomo?

Ti scrivo quello che farò nel breve periodo: un piccolo saggio sul colore che farà parte del secondo volume di Generazione Critica, libro relativo a un incontro curato da Marcella Manni e Luca Panaro e che uscirà l’anno prossimo per Danilo Montanari; probabilmente di questa ricerca ne verrà fuori anche una mostra.

A gennaio 2015 sono stato invitato dal Fotomuseum Winterthur per il progetto plat(t)form forum europeo sulla giovane fotografia. Poi un paio di mostre collettive in corso: una a Genova a cura di Francesca Guerisoli – dove se non sbaglio ci sei anche tu – [Frammenti d’Italia#3 ndr], una al Museo Pino Pascali, un’altra a Beirut a gennaio e poi stiamo organizzando diverse presentazioni del libro in giro e dopo continuo a fare bandi, a far conoscere il mio lavoro e a valutare progetti e collaborazioni, ma soprattutto continuerò in questi mesi la promozione de L’ALBERO DI TRASMISSIONE come d’altronde sto facendo anche ora in quest’intervista.

(http://alberoditrasmissione.tumblr.com/ / https://www.facebook.com/lalberoditrasmissione)

Figura 9 – L’-Albero di Trasmissione – Locandine 1

Figura 9 – “L’-Albero di Trasmissione”, locandina

Figura 9 – L’-Albero di Trasmissione – Locandine

Figura 10 – “L’-Albero di Trasmissione”, locandina

Figura 10 – Un ritratto di Fabrizio Bellomo durante la presentazione del film

Figura 11 – Un ritratto di Fabrizio Bellomo durante la presentazione del film

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