Intervista a Fatima Bianchi

Intervista a Fatima Bianchi

articolo di Stefano Serusi

Ciao Fatima, colgo l’occasione per farti alcune domande su Tyndall (http://www.tyndallmovie.com/), che sarà presentato a Milano in anteprima al Filmmaker Film Festival (06 dicembre 2014, ore 19.30, Cinema Arcobaleno).
La prima, è molto semplice: chi è Fatima Bianchi, e quali esperienze ti hanno condotto a Tyndall.

Mi chiamo Fatima Bianchi, vivo tra Milano e Marsiglia e ho 33 anni. Lavoro come artista in modo trasversale tra l’arte contemporanea e il cinema sperimentale. La mia ricerca consiste nel considerare l’arte come risposta allo sviluppo naturale dei fatti della vita, quando gli universi vengono creati dal caso, dalle coincidenze, dalla conoscenza e dalle intuizioni, dall’incontro con l’altro, dall’ignoranza e dalle azioni quotidiane. Il mio interesse per l’identità degli individui in rapporto al contesto sociale mi avvicina alle storie minime, agli eventi di tutti i giorni, con uno sguardo attento al mutamento dei processi nei vari ambiti culturali, paesaggistici, sonori, sociali. Mi esprimo principalmente con il video, e sono interessata al fatto che il video è un elemento ibrido e flessibile inteso come documento, opera d’arte, mezzo di espressione e comunicazione, strumento di ricerca, e soprattutto linguaggio universale. Ciò mi permette di utilizzarlo sia come un linguaggio di documentazione del reale, sia come una pratica artistica.

Le mie opere sono state esposte in molti spazi dell’arte contemporanea tra cui Hotel Pupik di Scheifling in Austria, spazio GlogauAir di Berlino, O’ Milano, A+B Contemporary Art Brescia,  Casa Testori di Novate Milanese, e al Premio Fabbri, Fondazione Bevilacqua La masa, Fondazione Merz di Torino, e vari Festival tra cui Filmmaker International Festival di Milano, e Festival Laceno d’Oro di Avellino.

Come dicevo prima, credo che l’arte migliore proviene dallo sviluppo naturale dei fatti della vita, con questi intenti ho fatto un film: Tyndall. Un ritratto della mia famiglia in un momento critico, quando mio fratello era in carcere. Il film mette in relazione i personaggi in dialogo con se stessi, la loro vita privata e Francesco dalla cella del carcere. Tyndall è un fenomeno di diffusione della luce dovuta alla presenza di alcune particelle nell’aria. Esso si manifesta, ad esempio, quando i fanali di un’auto sono accesi in una giornata di nebbia. Lo stesso effetto è visibile dal faro sui monti di Brunate dove sono cresciuta, guardando verso la casa della mia famiglia.
È stato un processo lungo capire come confrontarmi con il cinema sperimentale, devo molto al supporto di Daniela Persico di Filmmaker e Film Idee, e ai tanti film, workshop, laboratori, che ho seguito nel loro ambito di supporto al cinema di un certo tipo.

Non ho ancora visto il film, ma ciò che ho percepito dalle immagini, e dalla tua ricerca precedente, è la costruzione accurata dell’immagine, l’intensità dei corpi e la loro conseguente capacità di anticipare un racconto, e – sembra scontato dirlo – il valore della luce.
Ho cercato mentalmente di immaginare questa tua opera nel contesto del cinema italiano, dove oggi è davvero un’impresa trovare qualcosa che possa essere definito ricerca visiva. Hai pensato in futuro di aprirti all’ambito cinematografico tout court, alla possibilità di agire per un pubblico più vasto, pensando di portare una sensibilità del tutto diversa?

Il cinema a cui ambisco fare va oltre a una visione di pura bellezza estetica.
In questo caso più che un’artista mi sento un’ artigiana, come direbbe Herzog, ricerco i miei soggetti ai mercati (quello di Noailles a Marsiglia uno dei miei preferiti), nelle retrovie, sui bordi, nelle periferie, oppure in famiglia come in questo caso.
La sensibilità di cui parli per me sta nelle pieghe del racconto, negli elementi misteriosi, in quelle immagini che non si spiegano, in quei momenti di particolare intensità in cui avverti qualcosa mutare o non appartenere alle regole più elementari a cui siamo abituati. Adoro sperimentare e cimentarmi ogni volta in situazioni diverse, mi sono appropriata di questo interstizio tra arte e cinema proprio con questo desiderio.
Quindi ogni nuovo progetto che andrò a fare, sia che sia per il cinema tout court, per una serie televisiva, per un documentario o per un’installazione artistica avrà in sé questa ricerca linguistica che mi appartiene ed è in continuo divenire.

Penso anche che stiamo vivendo uno dei periodi piu importanti per il documentario e sono molto felice di esserci dentro, e credo che il cinema italiano sia molto fervido negli ultimi anni, penso ai film più recenti di Michelangelo Frammartino, Pietro Marcello e Sara Pfgaier , Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Yuri Ancarani e tantissimi altri ancora.

Indubbiamente tra la realizzazione di un film o di un’opera in senso oggettuale, c’è un passo decisivo come quello di dover coinvolgere un certo numero di persone.
Un po’ di tempo fa dissi a Marcello Maloberti che lavoro da solo perché la mia timidezza mi impedisce di chiedere, e mi rispose una cosa semplice e importante: “chiedi con timidezza”.
Come ti rapporti alle altre persone nel tuo lavoro? Ti consentono di scoprire diverse possibilità in ciò che porti avanti in quel momento oppure, al contrario, preferisci che rispondano in maniera precisa alle tue richieste, ad un progetto già definito dal principio in ogni suo aspetto?

Bello, chiedi con timidezza!
Per me il rapporto con gli altri è parte essenziale del mio, un po’ perché i miei soggetti vengono dal reale un po’ perché si lavora spesso in team quando si è videomaker.
Fare documentari significa anche imparare a gestire l’imprevisto e l’imprevedibile, mi è capitato spesso di avere in mente un certo tipo di costruzione narrativa che non si adeguava alla realtà, devi essere sempre disposto a reinventarti sul momento, oppure accettare anche degli errori che lì per lì ti possono sembrare delle sfortune incredibili e poi invece si rivelano come illuminazioni.
Quindi sì, direi che il mio rapporto con le persone mi conduce sempre a scoprire diverse e sempre nuove possibilità, e poi credo sia parte anche del tuo carattere e della tua indole, io adoro fermarmi a parlare del più e del meno con gli sconosciuti, chiacchierare per il semplice gusto della curiosità delle cose.

A proposito degli “altri”, in cosa consiste Exposed project (http://www.exposedproject.net/)?

Exposed è una piattaforma di ricerca sulla trasformazione di Milano in vista di Expo che utilizza la pratica artistica.
Sono una dei 7 curatori che lavora alla redazione, siamo ospitati all’interno delle residenze di Careof, alla Fabbrica del Vapore da circa 1 anno.

Io in particolare mi occupo della parte di ricerca video e di documentario e sto curando insieme a Giuseppe Fanizza un progetto che si chiama Sinfonie Urbane.
A gennaio abbiamo lanciato una call per formare un gruppo di 10 video artisti che potessero lavorare con altrettanti musicisti, dopo un anno di lavoro tra cui 3 masterclass che sono state offerte agli autori e una serie di incontri curatoriali supportati da Careof, Filmmaker,  e O’ siamo arrivati a produrre una mostra che inaugurerà il 18 e resterà aperta fino al 21 dicembre alla Fabbrica del Vapore negli spazi Careof / Docva.
Saranno 4 giorni di incontri con gli autori, concerti e proiezioni live, sarà un momento per raccontare il processo artistico tra noi curatori, tra gli artisti, tra i relatori e il pubblico e soprattutto per vedere come Milano si sta trasformando. A brevissimo uscirà il comunicato e la programmazione. Ecco, spero tanto che possiate venire!

Schermata 2014-08-07 a 14.54.58

Schermata 2014-08-07 a 14.55.56

Schermata 2014-08-07 a 14.55.19

Schermata 2014-08-07 a 15.00.19

serra

per i frame da Tyndall: courtesy Fatima Bianchi

Annunci