Intervista a Susanna Pozzoli

PREMIO SHANGHAI/ 2 –Intervista a Susanna Pozzoli
articolo di Viola Invernizzi

 

La crescita spropositata del “gigante cinese” non poteva non interessare anche il mondo dell’arte, e sono sempre più frequenti le iniziative che negli ultimi anni hanno cercato di far incontrare questa cultura con quella italiana, attraverso la promozione di scambi bilaterali. Un’ottima iniziativa in questo senso si ha avuta con il “PREMIO SHANGHAI- Residenze artistiche per giovani artisti italiani e cinesi emergenti”, bandito nel 2012 dal Ministero per i beni e le attività culturali, dal Ministero per gli Affari Esteri – Istituto Italiano di Cultura, Sezione di Shanghai (MAE – IIC) e dall’Istituto Garuzzo per le Arti Visive (IGAV). Il Premio si articolava in due fasi: la prima prevedeva una residenza di due mesi a Shanghai per tre artisti italiani (conclusasi nel dicembre 2012), mentre la seconda consisteva all’opposto nella permanenza di tre artisti cinesi a Torino (che si concluderà il 5 giugno 2013). In entrambi i casi gli artisti sono stati selezionati sulla base di progetti da loro presentati per essere sviluppati nel luogo di residenza (http://www.igav-art.org/).

Quali sono gli esiti di uno scambio fra due mondi così diversi ma ormai sempre più vicini? Proviamo a rifletterci assieme ai vincitori della prima fase, Domenico Antonio Mancini, Susanna Pozzoli eNadir Valente che hanno concluso la loro permanenza a Shanghai esponendo i loro lavori nella mostra Shanghai la città invisibile presso la Yibo Gallery di Shaghai (19 dicembre 2012 – 7 gennaio 2013).

 

SUSANNA POZZOLI è nata nel 1978 a Chiavenna (Sondrio), e vive e lavora tra Milano e Parigi. Per il Premio Shanghai ha presentato il progetto On the Horizon, che accostava diverse foto della città ad un’istallazione sonora correlata.

www.susannapozzoli.com

 

 

 

Perché hai deciso di partecipare al Premio Shanghai?

Nel 2010, ospite del programma di residenze per artisti Mongin Art Space, ho lavorato e vissuto a Seoul. L’esperienza in Corea del Sud ha stimolato il mio desiderio di conoscere la cultura asiatica e mi ha spinta a partecipare al Premio Shanghai nella speranza di poter continuare il lavoro svolto e nell’intento di comprendere le grandi differenze e le similitudini che esistono tra i due paesi.

 

Ci racconti come hai elaborato il tuo progetto?

Idealmente avrei voluto continuare la ricerca sulla relazione tra tradizione artigianale e contemporaneità che in Corea aveva dato ottimi frutti mettendomi a confronto con un mondo ricco e complesso ma anche molto aperto e ben disposto ad essere rappresentato. Il progetto proposto si è rivelato in realtà poco adatto alla situazione cinese e soprattutto alla città di Shanghai ed è stato quindi cambiato in corso d’opera. In Cina, in conseguenza della Rivoluzione Culturale il legame con le tradizioni è delicato e complesso e, contrariamente a quello che mi attendevo, i maestri sopravvissuti a un tale programma culturale e ideologico sono davvero pochi, pochissimi. Inoltre Shanghai non si pone come meta di produzione, essendo storicamente nata come città portuale, luogo di scambi più che centro per la manifattura. In alcune province rimangono le tradizioni della ceramica, dell’intarsio del legno e della lavorazione della carta e diverse minoranze continuano a protrarre la cultura antica. Ma si tratta di mondi nascosti e di non facile approccio. Non essendoci i presupposti per una ricerca che necessiterebbe di molto tempo e mezzi importanti, ho deciso di focalizzare le mie energie sulla città di Shanghai, sulla violenza della sua realtà quotidiana: smog, inquinamento acustico, luoghi iper affollati sono la quotidianità per chi vive in questa metropoli costruita per lungo tempo senza un piano regolatore o un progetto di coordinamento. Per un europeo vivere a Shanghai significa confrontarsi con la cacofonia più assoluta. Andando però nei dettagli, nel corso della mia ricerca composta di suono e fotografia (in pellicola, a colori medio formato), mi sono resa conto che due poli si stavano opponendo: da una parte la città dei quartieri popolari, densi di mercati e di gente per strada, aree dove il lavoro si svolge sulla via, dove il rapporto con l’atro è crudo, diretto, imprescindibile. La “vecchia Shanghai” come spesso si sente dire, quella destinata a scomparire, sempre meno tollerata a discapito di un’immagine macro-futurista della capitale che vi si oppone in termini di realtà quotidiana ma soprattutto di pianificazione. La città del futuro, la città pensata e studiata, la “nuova Shanghai” dei GRANDI spazi – musei, centri commerciali, stazioni – divora i sobborghi affollati e disordinati. Si tratta di due situazioni estreme a confronto e in lotta. Il risultato è una serie di immagini panoramiche (snodi stradali in piena città, la zona costruita per l’Expo e da anni in fase di smantellamento…) e di scatti in formato quadrato (furtivi ritratti nei mercati, dettagli presi nei quartieri affollati) che si relazionano a un montaggio sonoro.

 

 

Pensi di essere stata influenzata dall’arte e dalla cultura cinese? Quanto influirà quest’esperienza sui tuoi

prossimi lavori?

La permanenza a Shanghai mi ha permesso di conoscere meglio l’arte contemporanea cinese, approfittando della presenza della Biennale d’arte Contemporanea dislocata in varie sedi della città e visitando mostre in strutture dedicate. Sicuramente un’influenza o quanto meno un pensiero su quello che ho visto rimane. Fatico però a rispondere in termini diretti. Come e quanto emergerà? Le influenze emergono in un secondo tempo, sono più un risultato che una “scelta”, bisognerà vedere in futuro. Per ora faccio riflessioni su quello che ho visto e vissuto.

 

Al di là di questo progetto, ritieni che la tua arte possa essere considerata specificamente italiana? Si

possono fare ancora considerazioni del genere in un’epoca globalizzata?

Personalmente mi sento europea più che italiana. Sono partita per studiare a Parigi a diciannove anni e da allora mi sono spostata molto. Ho vissuto per cinque anni in Francia poi in Spagna, dopo due anni a Milano sono stata per quattro a New York. La mia formazione e la mia visione sono frutto di esperienze e di conoscenze acquisite in diversi paesi. Mi rendo conto che il mio è un percorso atipico e non credo il mio lavoro abbia solo riferimenti italiani, anzi i miei autori di riferimento sono spesso francesi o americani.

La domanda più globale invece è complessa. Credo esistano ancora “scuole” che in qualche modo indirizzano i lavori e la forma mentis delle persone che le seguono. Credo che si possa parlare di diversi atenei o poli culturali più che di un’arte italiana in un contesto internazionale. Anche all’estero sono i luoghi di studio o di pensiero che segnano la formazione più che l’appartenenza a un paese, a mio avviso.

 

Hai avuto modo di farti un’idea su come vengano percepite l’arte e la cultura italiana in Cina?

L’Italia e la sua cultura sono molto apprezzate in Cina. Sia in termini di patrimonio storico che di realtà vive oggi, in particolare il design e la moda. L’arte italiana conosciuta è ovviamente quella del Rinascimento, delle grandi città, frutto del “genio italiano” di cui ancora si parla. C’è una grandissima attenzione per il cibo e la cultura del gusto (e del lusso) italiani, testimoniata dal successo di Shanghai Italian Center (casa Italia durante l’Expo) e della diffusione di generi di lusso italiani, primo fra tutti la Ferrari! I Cinesi hanno un’idea un po’ pittoresca del nostro paese ma positiva, senza dubbio positiva.

 

 

Che idea ti sei fatta invece sull’arte cinese? È cambiata la tua percezione rispetto a prima della partenza?

La Cina è un Paese ENORME. Parlare di arte cinese è complicato… Sono stata a Shanghai e credo di poter parlare di quella realtà. L’arte antica cinese è splendida e avevo avuto modo di apprezzarla prima di partire in diversi musei internazionali, l’ho ritrovata ma in una percentuale inferiore a quello che credevo e molti cinesi hanno poche conoscenze della propria arte antica. A dire la verità quello che mi ha stupito è la varietà della produzione contemporanea. Ho incontrato artisti con percorsi e ricerche molto interessanti e “individuali”, intimiste, in opposizione a un certo tipo di arte-produzione, impressionante in termini di mezzi e dimensioni più che in termini di pensiero, che vediamo spesso in occidente quando si parla si arte cinese contemporanea.

 

Oltre a quello a Seoul e quest’ultimo a Shanghai, avevi mai effettuato soggiorni di questo tipo all’estero? Quali sono differenze rispetto a questa esperienza?

Nel mio percorso professionale le residenze d’artista sono state opportunità importanti che ho cercato sin dai tempi degli studi e che continuo a ritenere fondamentali per continuare a crescere e a sperimentare. Ho avuto l’opportunità di partecipare a una residenza a New York presso l’Harlem Studio Fellowship by Montrasio Arte nel 2007. Tra l’agosto 2012 e il febbraio 2013 ho vissuto e lavorato a Le Blanc nella regione Centre in Francia come vincitrice della residenza Nature Humaine che prevede la realizzazione di un libro in uscita a maggio 2013, edito da Filigranes Editions e Nature Humaine. Onestamente ogni esperienza è stata differente ma certamente quello che rende atipico il Premio Shanghai è il fatto che non si inserisca in un luogo atto a residenze, ma si costruisca intorno al desiderio dell’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai e dell’Igav di creare un’opportunità di scambio per artisti cinesi e italiani. E’ stato quindi un po’ faticoso perché tutto si è strutturato mentre la nostra residenza era in atto. D’altro canto, questa condizione un po’ anomala ha fatto sì che malgrado i progetti diversi si sia creato un legame forte tra i tre artisti. Abbiamo condiviso molto e ognuno ha dovuto trovare la propria via per sfruttare al meglio questa occasione. La mostra e la pubblicazione finale hanno ripagato il nostro lavoro.

Dal punto di vista personale la Cina, in particolare Shanghai, mi spingono a farmi domande su aspetti importanti quali il consumismo, la globalizzazione, il turismo di massa. E’ una città complessa sia per chi vive e lavora lì da straniero che per i nativi. Per tre artisti stranieri portare a termine un progetto ambizioso in tre mesi non è semplice e le difficoltà sono diverse da quelle che ho incontrato in altri paesi. Da un lato è molto sviluppata e le infrastrutture sono funzionali e affidabili, dall’altro lato c’è una cultura del lavoro e del fare molto peculiare. I modi sono differenti e i tempi molto lenti. Si corre ma poi bisogna sempre attendere e la conoscenza personale ha più valore di credenziali e titoli. Tra modernità e arcaismo, movimento e immobilità: tutto è sempre conflittuale e complesso. Impossibile “sentirsi a casa” con facilità. Non è la New York dell’Oriente, è un mondo diverso e ha i suoi modi di operare.

 

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012, particolare

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012, particolare

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012, particolare 1

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012, particolare 1

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012

Susanna Pozzoli, On the Horizon, 2012

SusannaPozzoli_Handmade_KW#2

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