Intervista a Stefano Bombardieri

Intervista a Stefano Bombardieri – articolo di Anna Lisa Ghirardi

 

Conosco abbastanza bene il lavoro di Stefano Bombardieri, avendo curato due sue mostre personali tra il 2009 e il 2010 (Menhir della conoscenza e Lüge macht frei) e da allora seguito il suo iter artistico. Ciononostante egli sa sempre sorprendermi, a conferma dell’idea che un artista debba stupire i suoi estimatori, i suoi collezionisti, il pubblico, persino chi lavora affianco a lui, critici e galleristi compresi, non per provocazione, ma perché se il mondo di ogni individuo è complesso, quello di un artista lo deve essere con più intensità. Le intuizioni e quindi le opere di un artista vanno oltre al prevedibile.

Ritornare nel suo studio è sempre una sorpresa, tutto è in fieri, ci sono opere in fase di costruzione, altre se ne stanno semi abbandonate in attesa di sviluppi, di pensieri, altre ancora sono accatastate, quasi l’Artista avesse necessità di andare oltre il suo passato, inventare nuove forme, cogliere nuove intuizioni.

Un sorriso e la cortesia che lo contraddistingue accompagnano la visita.

 

Gaia e la balena, 2003, vetroresina e terracotta (photo Mooredog)

 

(A.L.G.) La tua notorietà è legata ai grandi animali installati in contesti urbani. Li abbiamo visti occupare le piazze di Pietrasanta, Ferrara, Bologna, Saint Tropez, Posdam,… Quali nuovi animali vedremo nelle nostre piazze?

(S.B.) Nessun nuovo animale per ora. In particolar modo, continuerò a lavorare sulla figura del rinoceronte, che considero una sorta di alter ego. Cambieranno le dimensioni: saranno ancor piùgrandi, tanto che lo spettatore potrà entrare in esso ed esplorarlo, come se entrasse nella sua mente.

 

(A.L.G.) Ti riferisci quindi alla realizzazione del progetto dell’opera  Monachesimo armato – Torre del Satori presentato alla alla 54ª Biennale di Venezia. Mi parli un po’ dell’idea che ha generato questa opera?

(S.B.) Questa opera è nata in conseguenza all’idea di realizzare una scultura monumentale che fosse adatta a spazi pubblici. L’ho immaginata come un guscio e quindi ho pensato di rendere abitabile questo involucro; è venuto quasi naturale progettare uno spazio chiuso dove la gente potesse entrare e trovare un luogo dove meditare. La testa del rinoceronte ricorda il ventre delle balena, uno spazio protetto, e la torre rimanda all’idea di un luogo difficilmente raggiungibile, dove poter meditare. La scultura si trasforma quindi in un “Fort Apache”, una sorta di rifugio protetto dalla coriacea corazza. L’opera ha un dentro e un fuori: l’esterno è costituito da una grande struttura/gabbia che contiene la casa/rinoceronte, all’interno della quale c’è lo studio, la sala lettura, il luogo del raccoglimento, della ricerca, dell’illuminazione. Il corno dall’interno si trasforma, agli occhi dello spettatore/visitatore in una sorta di tunnel alla fine del quale si intravede la luce. Questa luce è
la stessa che illumina il filosofo, lo scrittore, l’intellettuale, l’uomo di pensiero, ma anche l’uomo comune. Satori fa riferimento a questa illuminazione, questo risveglio spirituale.


Monachesimo armato/ Torre del Satori
, 2011
Biennale di Venezia – Palazzo Te Mantova (photo mooredog)

 

(A.L.G.) Sebbene gli animali siano i protagonisti di buon parte del tuo lavoro, la tua ricercaè antropocentrica, metti l’uomo al centro della riflessione. Il cuore della questione dunque non sono gli animali nemmeno quando sono loro ad essere in via di estinzione e i count down indicano in modo chiaro gli esemplari rimasti?

 

(S.B.) Possiamo considerare gli animali l’anello di congiunzione tra uomo e terra; risulta difficile per l’uomo rapportarsi direttamente con gli elementi naturali, comprenderli in funzione della loro importanza in quanto ecosistema e quindi habitat che ci ospita e ci chiede di essere preservato. L’animale, per l’appunto, interagisce con noi in qualche modo, ci somiglia, in esso ritroviamo noi stessi, addirittura in alcuni tratti se non in alcuni gesti e comportamenti; è più facile per noi capire chi siamo e capire le problematiche della terra attraverso gli animali.

Nelle mie opere gli animali sono metafore della complessità esistenziale umana. Mi interessa l’uomo, in particolare come egli reagisce di fronte agli eventi, più o meno inattesi, che mettono in discussione il suo desiderato ma precario equilibrio. Anche quando gli animali rappresentano loro stessi, come nel ciclo Animal’s count down, l’uomo fa sempre parte del discorso, perché distruggere il pianeta sul quale abitiamo è distruggere noi stessi.

 


The animal
s countdown, 2009. Pietrasanta, Chiesa di Sant’Agostino (photo Matteo Carassale)

 

(A.L.G.) Mi vorrei soffermare sulla genesi e il significato di alcune tue opere. Ricordi come ènata l’intuizione di alcune?

(S.B.) Capita di raccogliere delle piccole cose, impercettibili. Tutti viviamo queste intuizioni, alcuni non se ne accorgeranno mai nella loro vita, chi lavora con esse invece, come un poeta, un musicista, un artista ha la possibilità di intercettarle, di trasformarle in parole, musica, volumi, colori, forme…..l’essere umano è uguale ai suoi simili, l’artista è solo più pronto a cogliere l’intuizione. Le mie opere non sono mai frutto di un ragionamento e spesso dimentico pure l’origine a dire il vero. Non so se è normale…io vivo sinceramente molte amnesie rispetto a moltissime cose che vivo, aspetto tra l’altro che mi dispiace.

 

(A.L.G.) Parlami di un’opera della quale ricordi più delle altre la genesi…dello struzzo con il cubo di Rubik ad esempio?

(S.B.) L’opera che più mi somiglia e della quale ricordo perfettamente la genesi è Il peso del tempo sospeso/rinoceronte,  questo lavoro è nato da un’immagine che ho visto molti anni fa: una fotografia tratta dal film E la nave va di Federico Fellini, raffigurante un rinoceronte sospeso con cavi e cinghie, malato – non si sa di che male – che veniva caricato su un transatlantico con destinazione l’America.

In questa sospensione ho forse visto o in qualche modo predetto quella che sarebbe stata la mia condizione anni dopo. Ho messo questa foto in un cassetto e come d’incanto è riapparsa quando ero diventato io il rinoceronte sospeso, malato, ma questa volta sapevo benissimo di quale “malattia”.

Lo Struzzo Rubik invece fa parte di quelle opere inghiottite in un certo senso dalla mia amnesia,

mi risulta difficile ricordarne l’origine, ho sempre considerato il cubo di Rubik una perdita di tempo, forse l’opera vuole spiegare che spesso ci nascondiamo o ci immergiamo in

cose inutili per non pensare troppo. 

 

Il peso del tempo sospeso/rinoceronte, 2005, vetroresina. Potsdam (photo Mooredog)

 

Struzzo/Rubik, 2012, bronzo (photo Moredog)

(A.L.G.) Con le tue grandi opere -che esse siano animali, il grande TIR Icaro schiantato al suolo o i Sumo appesi- avvicini spesso il pubblico incuriosendolo, attraendolo per le grandi dimensioni, spiazzandolo per la decontestualizzazione del soggetto ed offrendo poi spunti che aprono scenari nuovi, lontani dalla leggerezza. Oserei dire che applichi il “sentimento del contrario”. Questa contraddizione dialettica è una modalità di comunicazione che adotti con consapevolezza?

(S.B.) Non direi di esserne consapevole, spesso l’artista non è completamente cosciente, o per lo meno razionalmente cosciente, del significato delle sue opere. In parte lo scopre quando esse vengono lette dal pubblico con più chiavi interpretative.

I temi che tratto hanno, del resto, dentro loro stessi questo dualismo, è la vita stessa a mostrare le due facce della medaglia. Ci sono esperienze negative che possono essere utili per interpretare la vita in modo più sereno e consapevole; Nietzsche afferma che il dolore è un’esperienza di affinamento che rende possibile la conoscenza. Possiamo però  anche vivere esperienze apparentemente leggere che nascondono la complessità dell’esistenza.

Rimanendo nell’ambito di un immaginario a me caro, mi viene in mente il circo, esso può sembrare una cosa leggera e divertente, ma in realtà nasconde a volte una malinconia profonda. La vita è come il circo.

 

Icaro transport, 2009, vetroresina e materiali vari (photo Mooredog)

 

Specchio monouso, 2005, alluminio e specchio (photo Mooredog)

 


(A.L.G) In alcune tue opere l’ironia scompare o si fa più cinica, il tuo linguaggio si fa piùcrudo, diretto e forte; basti pensare all’installazione Lüge macht frei in cui compare l’inganno, il dolore, il senso della tragedia, la solitudine e la desolazione.

Credi che l’arte possa avere una funzione sociale e possa far riflettere, meditare, addirittura modificare la società e l’uomo?

(S.B.) Non creo le mie opere pensando alla loro funzione, le creo per me, l’eventuale funzione socialeè una conseguenza. Faccio arte perché mi fa bene, come se fosse una cura. Molte altre persone soffrono delle mie stesse “malattie” e ci si ritrovano. Di fronte ad alcuni traumi o dolori della mia vita ho scoperto di condividere con molte altre persone tali esperienze e ciò mi è stato d’aiuto. Di fronte ad un’opera d’arte può capitare che un certo messaggio intrinseco possa essere condiviso e possa far riflettere, del resto la condivisione di un’esperienza è un bisogno a cui tendiamo. Mi piace citare a tal proposito il saggio di Salvatore Natoli L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, egli parla di “universalità del dolore”.

 

 

Lüge macht frei, 2010, installazione. Brescia, Galleria Marchina (photo Mooredog)

 

Tabelle optometriche/HELP, 2010, light box (photo Mooredog)

 

(A.L.G.) Conoscendoti, penso che tu abbia già in mente qualche meta per le tue esposizioni. Dove andranno i tuoi lavori?

(S.B.) Le mie esposizioni avranno prevalentemente come meta spazi pubblici, a diretto contatto con la gente, alla ricerca possibilmente di un pubblico di non addetti ai lavori,

quindi centri cittadini o luoghi socialmente interessanti, quali piazze, porti, archeologie industriali in Italia e all’estero; Istanbul sarà la prossima meta.

 

 

(A.L.G.) Altri progetti  per il futuro?

(S.B.) Il progetto è a lungo termine, è fatto di viaggi in cerca di nuove suggestioni, di incontri, di musica e di profumi, è un progetto fatto di tanto tempo passato insieme a mio figlio per non perdermi nulla e non far perdere niente a lui, lui va nutrito…..come l’arte.

 

(A.L.G.Grazie Stefano. Alla prossima visita.

 

(S.B.) Grazie a te.

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