Titanic!

articolo di Stefano Serusi

 

Agnese Guido è una pittrice; nelle sue opere ricorrono degli oggetti che, persistenti e ieratici, si stagliano su un fondo simile ad un vortice nero. In una sua serie il profilo del Titanic appare su una superficie liquida che unifica oceano e cielo.

 

Stefano Serusi: Quando si parla del Titanic, è difficile che si pensi subito ad una tragedia “reale”, la mente dà inevitabilmente la precedenza al Titanic cinematografico. In effetti il successo del film in una logica capitalistica diventa quasi un riscatto, da un’esperienza enormemente fallimentare ad un incasso ed una notorietà ineguagliati. Mi chiedevo quindi quanto questo si leghi alle tue opere in cui appare unicamente il profilo del transatlantico, come nei cartelloni delle agenzie di viaggi, senza un elemento che in qualche modo suggerisca umanità e calore…

Agnese Guido: Il Titanic è una tragedia antica e simbolica. Quando ho dipinto il quadro non ho pensato al Titanic cinematografico, ho pensato al senso tragico che conteneva il Titanic come “oggetto” e soggetto del quadro. Non c’era in quel momento modo migliore per esprimere il concetto di perdita. Perdita di sé e perdita di qualcosa. Quello che mi interessava è il senso di “inghiottimento” tragico e allo stesso tempo vitale, il silenzio che lascia il vuoto.

 

S.S.: Ripensando al viaggio sul Titanic, alla netta divisione non solo tra le classi sociali ma anche nella diversa percezione dei generi, oltreché dei ruoli attraverso le uniformi, in che panni avresti potuto vederti?

A.G.: Potrei sforzarmi di immaginare un ruolo, un personaggio, più semplicemente una persona, ma vedo il Titanic come un insieme, vedo la nave esternamente così come l’ho dipinta e non posso far altro che identificarmi o con la nave stessa o con il mare o meglio l’orizzonte inesistente.

 

S.S.: Nel “Soliloquio delle cose” di Sergio Corazzini gli oggetti si fanno voce narrante, affermando di non poter essere “che cose in una cosa: immagine terribilmente perfetta del Nulla”. Hai mai pensato ad un oggetto presente sul Titanic, tecnico o prettamente decorativo, che per te potesse assumere una forte carica simbolica?

A.G.: Gli oggetti qui sono immortali, cimeli e spettatori e indizi per esploratori curiosi della tragedia. Entrare in questa nave fantasma e far narrare gli oggetti è suggestivo, ma l’abbondanza degli oggetti presenti così come dell’umanità presente esalta ancora di più l’importanza del “contenitore” cioè della nave.

 

S.S.: Il tema della morte collettiva in una tragedia di questo tipo, che sembra quasi tramutarsi in un grottesco happening estetico, accompagnato dall’orchestra, è un elemento che oggi sembra apparentemente irripetibile.
Hai mai pensato che un dialogo costante con la morte, così come avveniva in lunghi periodi di guerre e pestilenze, potesse in qualche modo sublimare lo spirito umano?

A.G.: La morte di per sé costituisce un’esperienza di disordine e di disgregazione del reale. Questo “happening” credo che sia un rituale catartico e disperato di una morte imminente e annunciata, e non penso che sia irripetibile ma che sia più umano di quanto sembri.
Il sublime stesso è un’esperienza del limite, di un limite che non è confine ma è soglia, ma è un’esperienza estetica, la morte è un’esperienza disperata.

 


Agnese Guido, Titanic, 2010, tecnica mista su tela, 150 x 200 cm


Agnese Guido, Titanic II, 2010, tecnica mista su tela, 18 x 24 cm


Agnese Guido, Titanic III, 2011, tecnica mista su tela, 30 x 40 cm

Ringrazio Agnese Guido per aver contribuito con questa testimonianza al mio progetto “Privato” in occasione della mostra “Geografie della Memoria”, dal 28 febbraio 2013 alla Cittadella dei Musei, Cagliari, a cura di Laura Vittoria Cherchi.

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