Inconscio collettivo & motori di ricerca

«Ora dobbiamo dare un nome al nuovo replicatore, un nome che dia l’idea di un’unità di 
trasmissione culturale o un’unità di Imitazione.»
(Richard Dawkins)
«La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e immagini.»
(Vangelo di Filippo)

articolo di Luigi Massari

 

In differenti tradizioni mitologiche e religiose il cervo è assunto come simbolo della rigenerazione vitale. In particolare il rinnovo periodico del suo palco è stato interpretato come metafora della fecondità, della ciclicità della vita, dei ritmi di crescita, morte e rinascita. I suoi palchi, impropriamente definiti corna, sono paragonati anche ai rami degli alberi per il loro valore allegorico di sviluppo verticale e di unione tra le forze superiori o celesti e quelle inferiori o terrene. Da tempi antichissimi nell’area circumpolare il cervo è associato al simbolismo del sole e della luce, incarnandone gli aspetti di creazione e civilizzazione. Come recita l’Edda di Snorri, testo risalente al XIII secolo che raccoglie al suo interno gli antichi miti norreni: «Da Sud vidi il cervo solare muovere / i suoi piedi stanno sulla terra / ma le corna raggiungono i cieli».

Nella rappresentazione simbolica del trascorrere delle ere, il cervo può essere contrapposto alla figura del toro, elemento della forza cieca generatrice tipico delle arcaiche civiltà matriarcali. Il cervo in questa comparazione assume la valenza di animale simbolo della protopatria indoeuropea. È il principio paterno che collide con la “civiltà della madre”; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l’ethos delle società degli uomini contro la promiscuità entusiastica dell’antico matriarcato.

Uno degli dei principali della mitologia celtica è Cernunnos rappresentato seduto con in testa il palco di un cervo, quasi a riprodurre l’irradiarsi della luce celeste della divinità, e circondato da numerosi animali, fra i quali un cervo ed un serpente, suo tradizionale nemico.

L’immagine del cervo entrò ben presto nell’iconografia cristiana quale simbolo di Cristo che combatte e vince il demonio, scacciando o calpestando proprio un serpente. In epoca successiva è associato alla figura di diversi santi, come Sant’Eustachio. Secondo la Leggenda Aurea, Gesù gli si manifestò durante una battuta di caccia in forma di cervo tra le cui corna appariva una croce luminosa.

Se consideriamo ancora in parte valide le teorie junghiane sull’inconscio collettivo, vale a dire quella parte dell’inconscio che è comune a tutti gli altri esseri umani e in cui gli archetipi possano essere rintracciabili al di là dei confini tra le culture, possiamo valutare positivamente la persistenza nei secoli dell’icona-cervo. Si tratterebbe della naturale sopravvivenza di questa potente immagine, che ha disertato i miti e le religioni ormai poco praticate dall’uomo contemporaneo, per manifestarsi sotto spoglie mutevoli nei territori contigui dell’arte contemporanea.

Gli archetipi formulati da Jung sono stati comparati da autori come Joseph Campbell con le strutture dei miti e delle religioni di diverse aree geografiche, riscontrando una sorprendente convergenza di senso e significato fra le espressioni mitopoietiche e religiose.

A questo criterio prevalentemente psicologico nello studio della mitologia tramite gli archetipi, si affianca un approccio di natura etnologica, risalente agli studi di Alfred Radcliffe-Brown in cui il clima, la geografia e le strutture sociali sono considerate più influenti delle strutture innate della psiche, e pertanto valutate come le maggiori forze modellatrici delle religioni e dei miti.

Per decifrare la persistenza dell’icona-cervo all’interno degli scenari suggeriti da questi modelli interpretativi, è necessario riflettere sui correnti modelli di diffusione del meme nella formazione del fluente corredo di immagini da cui un artista può più o meno consapevolmente attingere i proprimateriali iconici.

Il meme come entità informativa di cultura, immagine che passa di mente in mente autoreplicandosi nel passaggio e interagendo con l’ambiente circostante, gioca un ruolo decisivo nella diffusione , nell’assorbimento e nel riuso di alcune peculiari immagini, selezionate e reiterate all’interno dell’odierno flusso di immagini veicolate dai mezzi di comunicazione.

Questa interpretazione è forse più simile all’idea del linguaggio visivo come virus, che si propaga per contatto retinico attraverso l’immaginario virtuale dei motori di ricerca, piuttosto che alla nota analogia di Dawkins del meme come comportamento autoreplicante.

Durante la stesura dell’articolo ho individuato alcuni giovani artisti della scena italiana che come me avessero scelto, in momenti diversi del loro percorso di ricerca, di incentrare un lavoro sulla figura del cervo e ho chiesto loro un contributo esplicativo che provasse a chiarire le motivazioni alla base della scelta di questo tipo di immagine. Sono rimasto profondamente colpito dalle analogie nelle risposte pervenute, circa i significati attribuiti all’icona-cervo, in rapporto alla diversità degli esiti e dei linguaggi espressivi adottati. Soprattutto colpisce la quasi unanime aderenza al significato simbolico rintracciabile nell’idea di ciclicità e di rigenerazione della vita; di forza creatrice, spirituale e trasformatrice dell’animale.

Diverge solo in parte il senso che Silvia Idilli, impegnata nello sforzo di catturare l’essenza più intima delle forme, attribuisce alla scelta del soggetto del suo dipinto, in cui il cervo appare come sezionato e sospeso in una dimensione mentale dove il tempo divide e cancella le figure e dove tutto ciò che è esteriore racchiude in sè una sua interiorità, normalmente non percepibile sul piano della pura esteriorità.

E fa eccezione la videoinstallazione di Federico Lupo che, pur conservando un legame con gli archetipi del passato che sottendono ad una visione del cervo come entità spirituale in grado di dirigere il passaggio degli spiriti dalla dimensione terrena a quella celeste, sottilmente veicola una terribile e sublime dichiarazione d’impotenza. Un “vuoto perfetto”, ancorato tra la consapevolezza della propria finitezza e la dismisura degli universi raccontati.

 


Federico Lupo, 2009, 120” Before de last snow, videoinstallazione
courtesy l’artista e Zelle Arte Contemporanea

Luigi Massari, Youth in Cruel, 2011, acrilici su tela, 40×50 cm, courtesy l’artista


Pasquale de Sensi, After the rain, 2013, tecnica mista su tavola, courtesy l’artista


Patrizia Emma Scialpi, Imprinting il branco, 2011, tecnica mista su carta, 10×15 cm, courtesy l’artista e Fabbrica Borroni


Pierpaolo Febbo, Cervo e Lago, 2010, acrilico, matita e collage su carta, 29×21 cm
courtesy l’artista 


Silvia Idili, Sezione, 2010, olio su tavola, 20×30 cm, courtesy l’artista e Cannaviello Studio d’Arte

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