Con rumore segreto

articolo di Stefano Serusi

 

Lei balla smarrita in una grande sala buia. Tip-tap. Incerta, tra l’invecchiare emerito membro dell’Academy of Motion Picture o bruciare come Eva Braun; è una bambina prodigio.

Nella sala buia ci sono molti manuali, ognuno di essi allude ad un comportamento, c’è Giovanni Della Casa, c’è la Bibbia, Casanova fugge dai Piombi, Santa Teresa è ancora trafitta. Ogni comportamento rifugge l’espressione ma ogni comportamento è un’immagine. Il corpo si dispone nello spazio, il dogma fa accavallare le gambe e accavallare le gambe fa del corpo un leggio.

Aperto il volume, si alternano ai numeri dispari di Pasquale de Sensi i numeri pari di Chiara Seghene.


Per Pasquale l’immagine è una mise en abyme: prima che la nostra retina sia sufficientemente appagata dalla bellezza cristallina del volto in primo piano eccolo scomparire avvicendato ad una serie di codici volutamente oscuri, spingendoci a ricercarlo. Il codice è esso stesso bellezza, ma bellezza di un’immagine negata nel suo riformarsi senza soluzione di continuità, tra la distraente evocazione dei protagonisti di uno spaziale star system e la ripetizione di caratteri tipografici, frammenti di discorso che lungi dal porsi come chiave o chiarimento creano incombenti patterns sulla superficie. Vengono in mente frames oscuri, subliminali, come le coreografie dei vecchi film con Esther Williams, in cui ripetutamente si alternano nell’emergere dall’acqua gambe e teste coordinate nel creare sulla superficie forme geometriche astratte via via più complesse. Da una gerarchia di questo tipo sembrano provenire i collage, in cui la necessità di una comunicazione non è subordinata ma piuttosto rimandata ad un’altra dimensione, la quale una volta emersa si rivelerà essere stata presente nell’immediata superficie, ma proprio per questo dimenticata. La scoperta sarà quella di esserci trovati in una profonda cavità, di avere avuti ottusi i sensi nell’avvicinarci, così come quegli animali che ci sono presentati senza testa, ma con due code per distrarre il nostro sguardo dalla mancanza.

 


Pasquale de Sensi – “Escape Plan”, 2013, collage su carta, 30 x 21 cm, courtesy l’artista


Pasquale de Sensi – “Tourist”, 2013, collage su carta, 21 x 24 cm, courtesy l’artista

Ad un parallelo, sottile apparato simbolico allude Chiara Seghene, presentandosi però all’apparenza meno criptica. Le sue opere alludono ad un codice più arcaico quale quello della fede, e alla presenza del divino nelle azioni dell’uomo. La sovrapposizione di segni e motti religiosi su oggetti comuni, prosaici o ironicamente lontani dalla sfera apotropaica riconosciuta, è avvenuta attraverso quei gesti che rimandano ad un senso di attesa del momento miracoloso, a storiche attività ritenute edificanti come il ricamo o il lavoro nei campi. Le reliquie di queste apparizioni, che l’artista accompagna a video “illustrativi”, dalle riprese sghembe, tutt’altro che estetizzanti, secondo il gusto del mockumentary, sono quegli stessi oggetti la cui pelle è cambiata attraverso la conformazione al sacro o meglio allo stereotipo di ex-voto. Emerge l’idea che sia il corpo, nobilitato dal lavoro, dalla fatica, dalle privazioni, il vero strumento attraverso cui accedere al sacro, e che lo sfinimento come fatto fisico prima ancora che spirituale sia il medium per andare verso la “visione” in cui l’immagine sacra diventa tangibile.

Producendo trappole estetiche, allo stesso modo di Pasquale de Sensi, Chiara Seghene con compiacimento sembra offrire nuove immagini alla contemplazione, auspicando invece per i più attenti un’esperienza più appagante con le cose.

Stefano Serusi

 


Chiara Seghene – “Studio”, 2009, materasso, fonti luminose, dimensione ambiente,
courtesy l’artista e Galleria L.E.M.


Chiara Seghene – “Fior di pietà”, 2011, zappa agricola incisa, 10 x 27,5 cm,
courtesy l’artista e Galleria L.E.M.

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