intervista a LAMBERTO TEOTINO

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Sistema di riferimento monodimensionale, 2011, stampa ai pigmenti di carbone su carta cotone Hahnemuhle montata su aludibond in cornice di legno, 90 x 84 x 3,5 cm ed. 3 + 2 AP. Courtesy l’artista e Mc2 Gallery

 

articolo di Andrea Lacarpia

La metodologia sperimentale si è diffusa nelle arti come nella scienza, partendo dalle avanguardie del Novecento e dominando il secolo passato fino ad annodarsi su se stessa nella polisemia del postmoderno, per poi tornare all’attuale rigore formale. Se nella scienza il metodo sperimentale consiste principalmente nell’osservazione dei fenomeni fisici, anche nelle differenti esperienze artistiche il mondo viene indagato, ma attraverso le possibili rappresentazioni di esso. Le opere fotografiche della serie “Sistema di riferimento monodimensionale”, recentemente presentate da Lamberto Teotino alla Mc2 Gallery a Milano, mi hanno colpito per il loro suggerire più possibili livelli di esistenza grazie a minimi interventi effettuati dall’artista su una selezione di immagini dalla fredda atmosfera da laboratorio, suggerendo così uno spostamento del tradizionale metodo scientifico, o meglio analitico, in un campo prossimo alla metafisica.

(A. L.) In gran parte delle opere della serie “Sistema di riferimento monodimensionale” hai utilizzato immagini che ritraggono persone immerse nello svolgimento di un lavoro, in ambienti spesso dominati da macchinari. Raccontami cosa ti ha spinto a scegliere tali immagini rispetto ad altre.

(L. T.) Nulla in particolare, è stata più una casualità che altro, il progetto cerca di rimanere il più distante possibile da critiche sociali, elementi legati al progresso o aspetti politici ecc.; meno informazioni passano e meglio è, ma poi mi rendo conto che è quasi impossibile perché lo spettatore che guarda una cosa cerca sempre di capirla troppo, in realtà è più semplice di quello che si pensi, come il rasoio di Occam.
A me interessa lavorare sui meccanismi percettivi dell’immagine, sulla parte “davanti” non sulla storia che questa rappresenta, non m’interessa barcamenarmi su tutta la solfa che ci sta “dietro”.


(A. L.) Personalmente credo che i meccanismi percettivi possono essere facilmente associati ai “meccanismi sociali” (una diversa percezione crea una nuova società) ma capisco che il tuo intento non parta da questioni socio-politiche. Trovi le immagini che utilizzi semplicemente navigando su Google o hai altre fonti dalle quali attingi?

(L. T.) Google lo ritengo un ottimo motore di ricerca per immagini, mi è stato molto d’aiuto, sorprendendomi per la quantità d’immagini, ma ne ho usati svariati, diciamo che i motori di ricerca mi hanno fatto da regia, mi hanno indirizzato, poi comunque ho sfogliato veri archivi d’immagini d’epoca.

(A. L.) Anche io utilizzo spesso i motori di ricerca su internet per trovare informazioni, cerco una cosa e ne trovo un’altra, con la stessa casualità che mi indichi come modus operandi della tua attuale ricerca. Una casualità centrale nella scelta delle immagini nel mare magnum del web, ma che non mi pare permanga nelle tue scelte estetiche. Quanto è per te importante la resa formale dell’immagine?

(L. T.) Non ho mai parlato di casualità nella mia ricerca, la causalità di cui ti parlavo in precedenza era attribuita alla scelta delle immagini riferita ai luoghi di lavoro, per quanto riguarda i motori di ricerca è vero che mi capita “casualmente” di trovarmi di fronte a immagini che non avevo ricercato, ma sono sempre io a dirigere, la scelta ha sempre un criterio legato ai gusti e alle esperienze personali.
Per quanto riguarda la resa formale ti rispondo che è fondamentale, non ci sono sovrastrutture linguistiche che possono salvare la mal riuscita di un’opera d’arte, anche se c’è da dire che un’opera deve sempre e comunque fare i conti con i gusti personali. Per quanto mi riguarda, durante la realizzazione, ho sempre dei criteri che applico indipendentemente dallo strumento, che sono le linee, i colori e lo spazio; bisogna continuamente fare i conti con questi aspetti “grammaticali”, li ritengo basilari e imprescindibili, poi naturalmente ci sono anche elementi che non riesco a gestire, o che inizialmente non avevo considerato, ma questa è un’altra storia.

Mortis


Mortis, 2008, stampa digitale su carta Kodak professional montata su pkexiglas in cornice di legno, 335 x 215 x 12 cm ed.  1 + 1 AP. / 243 X 156 X 12 cm ed. 1 / 156 x 100 x 12 cm ed. 3 + 1 AP. Courtesy l’artista, collezione privata, Milano

installazione Mortis

Mortis, 2008, vista dell’installazione, La Torneria, Milano


(A. L.) Oltre alla cura per la composizione dell’immagine, ho sempre notato nelle tue opere l’attenzione per la resa dei particolari, penso in particolare all’opera “Mortis” del 2008, che ho visto a Milano nella versione di grandi dimensioni, nella quale la messa a fuoco era perfetta in tutta l’immagine. In quel caso uno strano foro che appare su un antico mobile da farmacia mi ha fatto immaginare una porta che si apre su un’altra dimensione. Mi parli della genesi di quell’opera?

(L. T.) Ho giocato spesso con la messa a fuoco, anche su più piani, per dare volutamente una sensazione artificiosa ma non eccessiva, mi piace l’effetto che ne deriva perché è come se l’immagine si congela e acquista volume e fisicità per spostarsi verso una resa più scultorea. Penso che Mortis sia l’esempio più alto della mia ricerca in tal senso.
L’apertura del foro che squarcia l’immagine si apre verso lo spettatore, la dimensione che sottolinei in realtà è la “nostra”, il mobile è sfondato da dietro verso chi guarda l’opera. Il foro tra l’altro non era stato concepito inizialmente ma frutto del caso, ricollegandomi al discorso che ti facevo prima quando ti dicevo che ci sono elementi che non gestisco durante la procedura che mi porta alla realizzazione di un pezzo, questo è uno di quei momenti che fortunatamente vengono a mio favore per risolvere l’opera. In realtà al posto del foro avrei dovuto fare un intervento appena percettibile, ma non riuscivo a venirne a capo e allora mi sono innervosito e ho aggredito l’immagine procurandogli così una slabbratura, ed è stato in quel momento che mi sono allontanato dall’immagine, l’ho osservata attentamente e ho capito che aveva acquisito la forza necessaria e definitiva.


(A. L.) Quindi l’ambiguità di realtà e finzione nella resa scultorea dell’immagine fotografica e nell’elemento di “disturbo”. Nelle opere più recenti modifichi in modo sottile delle immagini preesistenti, rendendone evidente l’artificialità. Raccontami come è nata questa serie.

(L. T.) Ho passato molto tempo della mia vita ad assorbire immagini che trovavo qua e la sia nei libri che nelle riviste e da un po’ di tempo sto facendo questa ricerca anche nel web, mi piace dare la “caccia” alle immagini, ho cominciato ad interessarmi agli anni ’70, ma negli ultimi tempi ho trovato interessanti anche quelle in bianco e nero, con un’attenzione particolare a quelle di fine ‘800 e prima metà del ’900. Un giorno, durante questa ricerca, ho trovato una foto in b/n rovinata da una piega, una sorta di crepa bianca verticale che scorreva da parte a parte, io per istinto l’ho ripiegata su se stessa coprendo la parte rovinata, ho notato da subito che l’immagine aveva acquisito una nuova dimensione, ed è nato così “Sistema di riferimento monodimensionale”, titolo preso in prestito dal Teorema di Cartesio che proprio in quel periodo stavo studiando. Poi successivamente, in post produzione, ho voluto che quest’asse fosse sospeso nella scena, che non si sviluppasse quindi lungo tutta l’immagine da parte a parte, ma solo in una porzione, creando così una sorta di effetto illusorio e deviante.

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Sistema di riferimento monodimensionale, 2011, stampa ai pigmenti di carbone su carta cotone Hahnemuhle montata su aludibond con cornice in legno, 135 x 102 x 3,5 cm ed. 3 + 2 AP. Courtesy l’artista e Mc2 Gallery


(A. L.) Il titolo tratto dal Teorema di Cartesio mi fa subito pensare alla necessità di misurazione dello spazio che accompagna l’uomo nelle varie epoche e ai possibili utilizzi di più sistemi di riferimento: nell’esperienza dello spazio si uniscono sollecitazioni inconsce e misurazioni razionali. Nella tua vita e nel tuo immaginario quanto c’è di razionale e quanto di irrazionale?

(L. T.) Mi viene in mente la “possibilità” come elemento che determina la vita delle cose, una cosa esiste poiché fattibile, ma questo non è sufficiente a stabilirne la consacrazione, per avere un senso quindi deve confrontarsi con il suo contrario: “È poiché non possibile”, ma dal mio punto di vista anche tutto ciò che può essere pensato in realtà esiste, quindi il non tangibile esiste lo stesso in forma di pensiero. Gli studi gnoseologici ci aiutano a determinare il quadro tra soggetto conoscente e oggetto, analizzandone i limiti e le validità, quindi la conoscenza delle cose ha un ruolo di prim’ordine nell’uomo sia come logica in forma di strutture razionali che come forma legata all’istinto all’intuizione e a tutte le forme d’immaginazione possibili. Molto probabilmente io sono entrambe le cose perché ne riconosco i confini, anche in questo mi sento vicino a Cartesio e al suo scetticismo metodologico in cui propone il dubbio come metodo, una forma di “controprova” in cui si lega la ragione come unica fonte di conoscenza e l’empirismo precisato dall’apprendimento delle cose attraverso l’esperienza umana, sensibile e irrazionale. Detto questo, ti chiarisco che la mia filosofia personale in tal senso può essere rappresentata da una “scelta”, nel senso che se devo scegliere tra due mali scelgo sempre quello che non ho mai provato.

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Sistema di riferimento monodimensionale, 2011, stampa ai pigmenti di carbone su carta cotone Hahnemuhle montata su aludibond in cornice di legno, 135 x 102 x 3,5 cm ed. 3 + 2 AP. Courtesy l’artista Dino Morra Arte Contemporanea e Mc2 Gallery

(A. L.) Vorrei adesso che tu faccia un salto a ritroso, parlandomi di quando e come ti sei riconosciuto come artista.

(L. T.) Non c’è un momento in particolare, nel senso che i momenti sono talmente tanti che diventerebbero una sorta di libro cuore e sinceramente non mi va di commuovere nessuno, penso solo che per me sia sempre stato ed è tuttora un bisogno, dal momento che apro gli occhi a quando li chiudo, in forma di abnegazione, vivo per questo.

(A. L.) Si parla spesso della mancanza di un sistema che riesca a sostenere concretamente gli artisti italiani, ai quali viene consigliato di costruirsi una carriera direttamente all’estero. Hai incontrato delle difficoltà pratiche nel tuo percorso da artista?

(L. T.) Si ne ho incontrate e spero che in futuro l’artista ritorni ad essere il vero “centro” d’interesse che lo ha reso protagonista un tempo, in attesa di ciò dedico alla nostra efficiente Italia e al suo grandioso e onesto sistema dell’arte contemporanea il testo completo, del poema originale, dell’inno nazionale scritto nel 1847 dal giovane poeta e patriota genovese Goffredo Mameli:

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!
Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!
Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore.
Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!
Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano, Ogn’uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla, Il suon d’ogni squilla I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!
Son giunchi che piegano Le spade vendute: Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!
Sì.


(A. L.) Nell’inno di Memeli si ripete spesso “siam pronti alla morte”, quindi essere pronti a tutto per un ideale, in questo caso patriottico. Concludo l’intervista chiedendoti: quali sono i tuoi ideali e quale è il tuo più grande desiderio?

(L. T.) In realtà penso che nessuno sia pronto a morire, è da cretini, bisogna essere dotati di una forte lucidità per essere pronti e quello è un momento che nella maniera più assoluta ti può far essere lucido. Chi è che non ha mai pensato di morire, pensare al modo in cui capiterà, o addirittura di suicidarsi? A me capita abbastanza di frequente pensare di buttarmi dalla finestra o di impiccarmi e allora mi giro verso una speranza o un’idea e mi faccio un drink. Ritengo che il suicidio sia un gesto da codardi, un atto di estremo egoismo, in quel momento non si è pronti a morire, al contrario essere pronti come dicevo prima comporta una sana lucidità e il suicidio inocula forti disagi. Riguardo all’ideale mi rendo conto infine che ciò di cui disponiamo nel regno sensibile è solo un’imitazione del regno delle idee, un disegno ideale che poi non ha credibilità nelle cose perché non arriverà mai a toccare la vera “bellezza”. Il mio più grande desiderio è l’immortalità.

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Sistema di riferimento monodimensionale, 2011, stampa ai pigmenti di carbone su carta cotone Hahnemuhle montata su aludibond in cornice di legno, 92 x 115 x 3,5 cm ed. 3 + 2 AP. Courtesy l’artista, Dino Morra Arte Contemporanea e Mc2 Gallery

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Sistema di riferimento monodimensionale, 2011, vista parziale dell’installazione, Mc2 Gallery, Milano

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